2,42 gol a partita, mai così male da 32 anni: la Serie A muore di noia e di “corto muso”

Spacciamo la noia per strategia. Il dato più basso degli ultimi tre decenni certifica una Serie A povera di soldi, di idee e di bomber: si gioca esclusivamente per non prenderle e si celebrano gli 1-0.

2,42 gol a partita, mai così male da 32 anni: la Serie A muore di noia e di “corto muso”

Milan's Italian coach Massimiliano Allegri (L) and Napoli's Italian Head coach Antonio Conte pose for photographers ahead of the Italian Serie A football match SSC Napoli vs AC Milan at the Diego Armando Maradona Stadium on April 6 2026. CARLO HERMANN / AFP

C’è un equivoco di fondo che continua ad avvelenare la narrazione del calcio italiano: spacciamo per supremazia tattica quella che è, a tutti gli effetti, una drammatica povertà tecnica e di idee.

In Serie A non si segna più

I dati Opta non fanno altro che certificare una realtà sotto gli occhi di chiunque abbia il coraggio di guardare le partite senza gli occhi del tifoso: la Serie A è diventata un campionato sterile, noioso, dominato dalla speculazione. La media di 2.42 reti a partita è il dato più basso degli ultimi trentadue anni. Trentadue. Napoli e Milan primeggiano in questa parata del minimalismo, specialiste in vittorie di misura, gli 1-0 e i 2-1 che i cantori del nostro calcio amano etichettare col feticcio del “corto muso”. Ma dietro questa espressione dal sapore ippico non c’è nessuna genialità strategica: c’è solo l’incapacità cronica di chiudere le partite e proporre un calcio dominante.

I numeri sui singoli sono impietosi. In un intero campionato, solo in quattro hanno superato la miseria di quota dieci gol (Lautaro, Paz, Thuram e Douvikas). E per trovare un italiano (il quartetto Scamacca, Pinamonti, Orsolini e Kean) bisogna scendere fino a quota otto. Un cimitero degli attaccanti.

La differenza reti generale vale poco o nulla

I motivi sono due, profondamente intrecciati. Il primo è economico: la Serie A non ha più i mezzi per attrarre o trattenere i grandi cannonieri. Siamo la periferia dell’impero. Il secondo è squisitamente culturale: la filosofia dominante dei nostri allenatori resta conservativa. L’imperativo categorico è non prenderle. Una volta trovato il vantaggio, ci si barrica, si specula, si smette di giocare.

A questo quadro si aggiunge un dettaglio regolamentare che è la perfetta fotografia del provincialismo italiano: da noi, la differenza reti generale vale poco o nulla. Con l’introduzione degli spareggi per Scudetto e salvezza, e la priorità data agli scontri diretti, non c’è alcun incentivo normativo a cercare la goleada. In Premier League, in Bundesliga o in Ligue 1, la differenza reti generale è il primo criterio in caso di arrivo a pari punti: ogni gol segnato pesa, ogni attacco fino al novantesimo ha un senso. In Italia, no. Segnato l’1-0, l’istinto di conservazione prende il sopravvento, supportato e coccolato dal regolamento.

La Serie A ha smesso di segnare semplicemente perché, da noi, la paura di perdere è sempre più forte della voglia di giocare a calcio. E il prodotto, inevitabilmente, crolla.

Studente di ingegneria informatica, curioso e determinato, con una forte voglia di imparare e mettersi alla prova. Appassionato di tecnologia, sport e lettura, unisco studio, allenamento e progetti personali con l’obiettivo di crescere sia professionalmente che umanamente.

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