Nostalgia di Neres falso indolente di talento
Quando tornerà, sarà sempre troppo tardi. Il poeta del dribbling, l'eterno incompiuto. Il Napoli si concentri su di lui e sugli altri talenti della rosa

Ni Napoli 07/12/2025 - campionato di calcio serie A / Napoli-Juventus / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: David Neres
Nostalgia di Neres, falso indolente di talento
Ora che la Champions è assicurata e l’illusione di raggiungere l’Inter svanita (e non certo per il pareggio di Parma), è bene che il Napoli si concentri sul futuro dei propri talenti, iniziando da quelli brasiliani.
Il talento è accadimento improvviso, alieno alla durata, centrato in intensità.
Come quello apparentemente sonnacchioso di David Neres, falso indolente, recalcitrante di fronte alla disciplina fintantoché non trova il metodo giusto e lo sposa, come nella Supercoppa di dicembre e allora spumeggia inarrestabile, beato di sé. David l’infante, eterno incompiuto che divora tutti i doni nell’arco di una stagione, il poeta del dribbling perpetuamente giovane che non svanisce dissipato dalle sue ispirazioni. Scolpisce traiettorie, disegna diagonali: sa l’arte alchemica delle ripartenze. Le sue serpentine sembrano feticci tratti dall’equatore, sembrano amuleti disseppelliti a Pompei: sono al di là del tempo. Quando torni è sempre troppo tardi, ghepardo paulista.
C’è poi il talento sussurrato di Alisson Santos, il ragazzo entrato in punta di piedi a strappare dalla panchina. Nel gol alla Roma o nel passaggio no look ad Oliveria, non appare vanesio, sebbene conosca la propria bellezza. Non è avaro, sebbene non abbia tempo da perdere. Su quella fascia sinistra che solca eterodiretto da Conte, non smette di ammirare e di osare. Di fronte alla propria immagine si compiace esattamente quanto si studia, per superarsi. Alisson, un ragazzino dai tratti inediti, mai banali, vigorosi di una solitudine del sangue, tra il capriccio e l’estasi.
C’è poi il talento solo accennato di Giovane, il ragazzo arrivato a gennaio con la benedizione di Giulietta. Giò, in campo e negli allenamenti, si intuisce che dà la mano come un fanciullo ai maestri putativi dello spogliatoio e si lascia accompagnare da loro, perlustrando i cortili predisposti per lui, giocando secondo le regole, con buona educazione, con la faccia pulita del ragazzo dell’oratorio di Don Bosco. Lascia intuire, partendo dall’esterno tagliando verso il centro del campo, forme antiche di accelerazioni , capaci di circoscrivere il vuoto, di dargli concreta sembianza, avvertibile risonanza.
Ognuno dei tre in omaggio al proprio talento si disperderebbe in ogni avventura, accetterebbe ogni invito, crederebbe a ogni promessa, si perderebbe in una fumeria d’oppio di Lima. Vorrebbe essere ingenuo, vorrebbe restare adolescente, vorrebbe giocare nel Brasileirao con i propri compagni delle elementari. In realtà ciascuno dei tre, conscio del bemolle di ogni diletto, sarà per i prossimi anni, con le sue giocate al Maradona, croce e delizia, salmo e scongiuro al cospetto del Vesuvio e sulle rive del Golfo, al confine tra fuoco e mare, tra parto e cenere