Kaepernick e la protesta Black Lives Matter: “Forse le cose sarebbero andate meglio se non avessi giocato negli Usa”
Nell'intervista a Repubblica, colui che si inginocchiò durante l'inno americano: "Nel football c’è più controllo da parte dei proprietari. All'America auguro di essere all'altezza di tutto quello che dice di essere".

Sono passati dieci anni da quando il giocatore di football Colin Kaepernick diede il via alla protesta conosciuta come “Black Lives Matter”, inginocchiandosi durante l’inno nazionale americano. A seguito di polemiche, il quarterback afro-americano è stato costretto a smettere di giocare.
L’intervista a Kaepernick a dieci anni dal “Black Lives Matter”
“Il football e la competizione mi mancano, sarei un pazzo a dire di no, anche perché sono sempre stato un appassionato di sport. Ma c’è un momento in cui gioco ancora, di notte quando sogno. Dovessi tornare indietro rifarei quel gesto ogni giorno della settimana. Ma ci sono altri casi in cui credo agirei in modo diverso. Non ho rimorsi, nonostante abbia perso più di 150 milioni di dollari“, ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Repubblica.
Kaepernick si è reso conto di essere poi diventato un simbolo per tutte le persone che volevano unirsi a lui e alla sua causa: “Quando cerchi di realizzare cose che speri avranno un impatto significativo, avverti le aspettative del mondo e sai che dovrai sacrificare qualcosa di tuo, non puoi più prendere decisioni solo da un punto di vista personale, anche se ti sembrano giuste. Io ho sempre giocato per la squadra, ma se non posso più comportarmi normalmente, né fare quello che voglio, devo usare un’altra lente e allargare lo sguardo“.
Cresciuto in una famiglia di bianchi perché adottato, l’ex giocatore di football inizialmente non riusciva ad accettare la sua situazione familiare: “Ho la pelle scura, crescere in una famiglia di bianchi ha aperto confronti, anche se i miei volevano lasciarmi essere chi dovevo essere. Ami quella famiglia, ma sai che non ti assomiglia“.
Kaepernick ha paragonato il basket e il football nel modello americano, dichiarando a Repubblica: “Forse le cose sarebbero andate meglio se fossi stato in un’altra Lega. L’Nfl ha un modello di business dove i giocatori non hanno contratti garantiti, i proprietari ti possono sempre tagliare e scambiare. Il basket invece negli ultimi 15 anni è stato molto attivo, anche per i diritti degli afroamericani. È un’ambiente democratico. Non voglio fare un confronto tra cose diverse, ma la maggior parte dei giocatori della Nfl è di colore, così come nell’Nba. La struttura delle organizzazioni è simile, ma nel football c’è più controllo da parte dei proprietari“.
Infine, ha dichiarato: “La mia speranza per l’America? Che sia all’altezza di tutto quello che dice di essere“.
L’impatto del gesto dell’ex giocatore di football
Dopo il gesto di Colin Kaepernick, il presidente Usa Donald Trump aveva chiesto il suo licenziamento; un contratto da 126 milioni di dollari viene stracciato in tre mesi. Nel 2019 firma un accordo extragiudiziale con obbligo di riservatezza con la Nfl, lamentando una disparità di trattamento dovuta alle sue scelte da attivista. Vince la causa, ma non giocherà più.
Il suo gesto è stato molto più di una protesta sportiva: ha trasformato un campo da football in un luogo di conflitto simbolico su identità, diritti e appartenenza. La reazione mostra quanto quel gesto abbia toccato il confine tra patriottismo e dissenso. Ma la sua “scomparsa” sportiva è stata compensata da una presenza culturale e politica molto più forte, come la nascita di iniziative che hanno cambiato il linguaggio della protesta globale. Kaepernick ha continuato a giocare, ma sul campo della coscienza collettiva.