Il terribile mondo degli spogliatoi del tennis, dove i campioni nemmeno si guardano in faccia
E' un luogo di condivisione forzata tra gente che non vuole parlarsi. Il Guardian ha raccolto un po' di testimonianze. Sinner è fortissimo anche in questo

Italys Jannik Sinner uses a cooling tube between games against USAs Eliot Spizzirri during their mens singles match on day seven of the Australian Open tennis tournament in Melbourne on January 24, 2026, as temperatures soar. (Photo by DAVID GRAY / AFP)
C’è un paradosso al cuore del tennis professionistico che nessun responsabile marketing ha mai avuto il coraggio di mettere in evidenza: i migliori atleti del mondo, quelli pagati per distruggersi a vicenda su un rettangolo di cemento o erba, sono poi costretti a cambiarsi nello stesso spogliatoio. A dividere lo stesso specchio. A fingere normalità a novanta centimetri di distanza da chi ti ha appena fatto a pezzi. E non è un bell’ambientino. Nemmeno a Monte Carlo. Prova a raccontarlo il Guardian.
Coco Gauff dice per esempio che “la cosa peggiore di condividere uno spogliatoio è vedere qualcuno, sapere che ha giocato, ma non sapere come è andata a finire. Non sai in che stato d’animo si trova. Trovo sempre difficile gestire questa situazione”.
C’è una scena agli Australian Open di gennaio che dice tutto: Gauff rientra negli spogliatoi dopo una buona prestazione, vede una giocatrice che divora caramelle, ci scherza su. Risposta: “No, questa è una caramella per la depressione”. Fine della conversazione, inizio del disagio.
Sinner campione di… spogliatoio
Il tennis ha sempre venduto l’idea del gladiatore solitario, l’individuo contro il mondo, nessuna rete di sicurezza, nessun compagno di squadra a cui passare il fardello. È parte del mito, parte del brand. Quello che non viene raccontato è che, dopo aver incarnato questo mito per tre ore sotto il sole di Melbourne o sulla terra rossa di Parigi, devi comunque trovare un posto per appendere l’asciugamano senza incrociare lo sguardo di un altro che probabilmente sta piangendo nell’angolo.
Paula Badosa ha sviluppato una tecnica di sopravvivenza: “Cerchiamo di evitarlo e di limitarci a un semplice ‘ciao’. Quel giorno si evitano assolutamente conversazioni e il contatto visivo”.
Belinda Bencic trova i kart da golf per spostarsi da un campo all’altro peggio degli spogliatoi. Lì, dice, non c’è via di scampo: seduta accanto alla tua avversaria, in un silenzio che pesa tonnellate.
Jannik Sinner è un campione anche in questo, e figurarsi. Ha risolto il problema con l’efficienza di un ingegnere: entra, si allena, esce. “Quando l’allenamento è finito o mangio qualcosa molto velocemente, poi me ne vado o me ne vado subito”. Niente relazioni umane superflue, niente chiacchiere da spogliatoio. Il minimalismo come forma di igiene emotiva.
Venti anni fa era peggio
Daniil Medvedev, invece, offre una prospettiva storica. I suoi allenatori gli hanno raccontato com’era vent’anni fa: “Mi hanno detto che 20 anni fa la situazione era tossica al massimo. Sono rimasto scioccato”. Oggi, dice, lo spogliatoio è più tranquillo.
Madison Keys, forse l’unica a trovare genuinamente bello tutto quanto, vede nello spogliatoio condiviso una forma di comunità: “Ci sono stati momenti in cui sapevo che io o altri giocatori stavamo attraversando momenti davvero difficili, e sapevo di avere sempre qualcuno intorno pronto ad abbracciarti e a parlarti”.
Il tennis professionistico è uno degli sport più psicologicamente violenti che esistano, anche per l’isolamento strutturale che impone. Nessuna squadra, nessun sistema di ammortizzazione collettivo, solo tu, il tuo staff e le tue decisioni, in loop, per decenni. Stefanos Tsitsipas, che infatti sta facendo la fine che sta facendo, detesta chi cambia personalità dopo “uno o due buoni risultati”: “Tutta la loro personalità cambia. Non direi arroganti, forse alcuni di loro sì”.