Il tennis è diventato lo sport degli infortuni, forse è diventato insostenibile

L'analisi del Times: più di altri sport, il tennis riassume una varietà di problemi difficilmente arginabili

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Spain's Carlos Alcaraz hits a return to Australia's Alex De Minaur during their men's singles quarter-final match on day ten of the Australian Open tennis tournament in Melbourne on January 27, 2026. (Photo by WILLIAM WEST / AFP)

Il tennis corre sempre più veloce, e il conto lo paga il fisico. Negli ultimi mesi il circuito si è trasformato in una sala d’attesa per infortunati: Carlos Alcaraz con il polso immobilizzato e il Roland Garros in bilico, Novak Djokovic fermo per la spalla, Jack Draper rientrato e subito rispedito ai box. Non è un’eccezione, è una tendenza. Il Times ha provato ad analizzarla parlandone con gli esperti. E d’altra parte i numeri lo confermano: ritiri in crescita costante e partite sempre più lunghe e dispendiose. Più scambi, più metri percorsi, più intensità. Margini sempre più sottili tra prestazione e rottura. La scienza dello sport aiuta, ma non fa miracoli.

Secondo l’analisi del Times il problema è che il tennis, più di altri sport, ha un “sistema” intero di criticità. Di cui spesso noi non sappiamo molto. Carichi ripetuti, recupero insufficiente, picchi improvvisi e stress ambientale: quattro variabili che si sommano e moltiplicano il rischio. Il tennis moderno è più fisico, più esplosivo, più esigente. I giocatori colpiscono più forte e si muovono meglio, ma devono anche assorbire un impatto maggiore, centinaia di volte a partita. Il corpo regge finché può, poi presenta il conto.

E’ colpa anche del calendario

Anche il calendario pesa. Tornei obbligatori, viaggi continui, partite serali sempre più frequenti. Il tempo per recuperare si assottiglia, la qualità del riposo peggiora. La fatica altera coordinazione e tempi di reazione: basta poco per trasformare un affaticamento in infortunio. E’ un cane che si morde la coda. Chi è al vertice può permettersi di fermarsi, dosare, scegliere. Gli altri no. E infatti la pressione si scarica soprattutto su chi sta sotto, costretto a giocare comunque per restare a galla.

C’è poi la questione tecnica, ricorda il Times. Racchette e corde moderne permettono colpi più estremi e potenti, ma aumentano lo stress su braccia e articolazioni. Negli ultimi anni sono cresciuti proprio gli infortuni agli arti superiori, segno che l’evoluzione del gioco ha un prezzo. Infine, i picchi di carico: in allenamento tutto è misurato, in partita no. L’intensità reale supera qualsiasi simulazione. E il tennis, rispetto ad altri sport, è ancora indietro nell’uso sistematico dei dati per gestire questi sbalzi.

Il corpo non regge più

Il risultato è un equilibrio fragile. Si lavora su recupero, prevenzione, forza, ma la formula perfetta non esiste. Allenarsi troppo poco riduce la resilienza, troppo espone al rischio. Nel mezzo, una linea sottile che cambia da atleta a atleta. A tutto questo si aggiunge lo stress esterno: viaggi, jet lag, superfici diverse che impongono adattamenti rapidi. Passare dalla terra all’erba, oggi, significa riscrivere il modo di muoversi nel giro di pochi giorni. Il corpo non sempre sta al passo.

Il punto alla fine è che forse il tennis è diventato più performante di quanto il fisico riesca a sostenere con continuità.

Il Napolista è un giornale on-line di opinione, nato nel 2010, che si occupa prevalentemente di calcio e di analizzare quel che avviene dentro e soprattutto attorno al Napoli.

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