Chi è Pellegrino Matarazzo, il figlio di irpini del New Jersey che ha vinto la Coppa del Re

A 48 anni, con la Real Sociedad ha battuto in finale l'Atletico di Simeone. Tifoso del Napoli di Maradona, laureato in matematica alla Columbia. È il primo tecnico americano a vincere un trofeo in un campionato top d'Europa. Ammira Gasperini

Pellegrino Matarazzo

C’è un uomo che ieri sera a La Cartuja, a Siviglia, ha fatto una cosa che nessun americano aveva mai fatto prima: vincere un trofeo da allenatore in uno dei cinque campionati più importanti d’Europa. Si chiama Pellegrino Matarazzo, ha 48 anni, allena la Real Sociedad da quattro mesi, e il calcio lo ha nel sangue per ragioni che a Napoli si capiscono meglio che altrove.

Suo padre Leopoldo faceva il meccanico nel New Jersey. Veniva dalla provincia di Avellino — da Ospedaletto d’Alpinolo, per la precisione, dove il nonno Pellegrino senior era di una delle famiglie più in vista del paese, e dove suo fratello Silvestro è stato sindaco. La madre Gemma lavorava in una fabbrica del Jersey ed era di Salerno. I quattro figli — Pellegrino, Leo, Frank e Antonio — sono cresciuti a Fair Lawn parlando italiano a casa e tifando Napoli. Erano iscritti al fan club locale negli anni di Maradona. Quella non era una scelta: era un’appartenenza.

I primi ricordi di calcio di Pellegrino sono legati all’Italia campione del mondo nel 1982 e alle domeniche mattina passate a guardare 90° Minuto col padre. A casa Matarazzo il pallone era una cosa seria.

Il professore di matematica che ha scelto il calcio

Matarazzo ha fatto quello che i figli degli emigranti italiani in America raramente fanno: ha scelto il calcio. Non il football americano, non il baseball, non la carriera sicura dopo la laurea in matematica applicata alla Columbia University — una delle università più prestigiose al mondo — dove è stato due volte All-Ivy League come centrocampista. Poteva fare il professore, l’analista, il ricercatore. Ha scelto di tornare in Italia a provarci.

Il primo provino è stato alla Salernitana — la squadra della città di sua madre. Non lo hanno preso. Il secondo alla Juve Stabia, a Castellammare. Neanche lì. Due porte chiuse nella terra dei suoi genitori. A quel punto, nel 2000, ha preso un volo per la Germania e ha ricominciato dalla quarta divisione: Wehen, Preußen Münster, Wattenscheid, le riserve del Norimberga. Nomi che non dicono nulla a nessuno. Ma Matarazzo non cercava la gloria — cercava un posto nel calcio, in qualsiasi forma.

L’allenatore: Norimberga, Nagelsmann, Stoccarda, Hoffenheim

La carriera da calciatore è finita presto e senza rimpianti. Quella da allenatore è iniziata nel vivaio del Norimberga, dove ha fatto gavetta per anni tra le giovanili. La svolta è arrivata nel 2017, quando Julian Nagelsmann lo ha voluto all’Hoffenheim come responsabile del raccordo tra settore giovanile e prima squadra. Quando Nagelsmann è andato via, Matarazzo è rimasto.

Nel dicembre 2019 è arrivata la prima panchina vera: lo Stoccarda, in seconda divisione. Li ha portati in Bundesliga e li ha tenuti a galla per due stagioni e mezza, fino all’esonero nell’ottobre 2022. Poi il ritorno all’Hoffenheim nel febbraio 2023: salvezza, poi un settimo posto che valeva l’Europa League. A novembre 2024, di nuovo esonerato. Due club, due esoneri, ma anche due squadre lasciate meglio di come le aveva trovate. Un curriculum da allenatore serio, non da fenomeno — ma solido, concreto, tedesco nella disciplina e italiano nell’adattabilità.

Il metodo: matematica, caos controllato e niente sprechi

La laurea in matematica non è un dettaglio biografico — è il modo in cui Matarazzo pensa il calcio. In un’intervista ha sintetizzato la sua filosofia così: «Molto di quello che sono riguarda l’essere conciso, incisivo. Non mi piacciono gli sprechi. Ogni momento, ogni parola, ogni seduta di allenamento è importante.» È un approccio da ingegnere applicato al campo: niente fronzoli, massima efficienza.

Alla Real Sociedad ha portato un calcio aggressivo, diretto, basato sul pressing alto e sulle ripartenze verticali. I numeri confermano: la squadra è tra le prime quattro in Liga per tiri da contropiede rapido. Ha studiato Guardiola al Bayern, ha lavorato con Nagelsmann, e ammira Gasperini per la sua capacità di costruire un’identità chiara di gioco offensivo con risorse limitate. Non a caso, l’Atalanta è il modello che cita più spesso quando parla di come si costruisce una squadra competitiva senza essere un top club.

La Real Sociedad: da due punti sulla retrocessione alla Copa del Rey

Quando la Real Sociedad lo ha chiamato il 20 dicembre 2025, era una squadra a due punti dalla zona retrocessione. Quattro mesi dopo è settima in Liga e ha appena vinto la Copa del Rey battendo ai rigori l’Atletico Madrid di Simeone — quello abbiamo raccontato come l’uomo delle finali perse, e che stavolta è stato battuto proprio da lui.

La finale è stata una partita di quelle che si raccontano: Ander Barrenetxea ha segnato dopo 14 secondi — il gol più veloce nella storia della Copa del Rey. L’Atletico ha rimontato due volte, pareggiando con Lookman e poi con Álvarez all’83°. Ai rigori, il portiere Marrero ha parato i primi due tiri dell’Atletico — proprio quelli di Sorloth e Álvarez — e Pablo Marin ha segnato il rigore decisivo.

In 19 partite da allenatore della Real Sociedad, Matarazzo ne ha vinte 12, pareggiate 4 e perse 3. Numeri che parlano da soli.

Perché questa storia riguarda anche Napoli

Matarazzo non ha mai allenato in Italia. Non ha mai allenato il Napoli. Non ha mai nemmeno giocato in Serie A. Ma la sua storia è napoletana nelle radici — il padre di Avellino, la madre di Salerno, il tifo per il Napoli di Maradona, i provini falliti tra Salerno e Castellammare — e lo è soprattutto nel significato.

È la storia di uno che non è stato voluto dove sarebbe voluto rimanere, e che è andato a costruirsi tutto da un’altra parte. Dalla quarta divisione tedesca alla Coppa del Re. Con una laurea in matematica in tasca e un cognome che a Ospedaletto d’Alpinolo ancora riconoscono.

Quando ieri sera ha alzato la coppa a Siviglia, da qualche parte nel New Jersey c’era probabilmente una famiglia di irpini e cilentani che guardava la televisione con gli occhi lucidi. E forse, per un istante, si è ricordata di quando guardava il Napoli di Maradona con lo stesso sguardo.

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