Psg, l’illusione del calcio collettivo di Luis Enrique: il talento, per natura, cerca riconoscimento (So Foot)

Nei grandi club la competizione non è solo contro l’avversario, ma anche interna. Lo sa lo stesso Luis Enrique

Parigi (Francia) 22/09/2025 - pallone d’Oro 2025 / foto Imago/Image Sport nella foto: Ousmane Dembele’ ONLY ITALY

Dopo il trionfo europeo della scorsa primavera, il Paris Saint-Germain aveva costruito la propria narrazione su un collettivo forte e senza primedonne. Ma le parole di Ousmane Dembele e le tensioni emerse dopo la sconfitta col Rennes raccontano un’altra verità: mantenere l’equilibrio tra talento individuale e progetto comune è la sfida più difficile per un gigante europeo. Lo scrive So Foot che entra all’interno della crisi del Psg

“Dobbiamo giocare per il Paris Saint-Germain per vincere le partite, perché se giochiamo da soli in campo, non funzionerà. Non vinceremo i titoli che vogliamo.” La frase di Ousmane Dembélé, pronunciata dopo una prestazione opaca a Rennes, poteva sembrare una considerazione generica. In realtà è il sintomo di un’inquietudine. Perché quando un leader sente il bisogno di ribadire che il club viene prima dei singoli, significa che il dubbio esiste”.

“La scorsa stagione abbiamo sempre messo il club al primo posto, prima di pensare a noi stessi. E penso che dobbiamo riscoprirlo, soprattutto in questo tipo di partite. Il Psg deve venire prima, non i singoli giocatori.”

Paradossalmente, è stato proprio Dembélé – consacrato dal Pallone d’Oro – a diventare il simbolo di questo Psg collettivo. Un simbolo che, per definizione, accentra su di sé luce e attenzioni. E quando uno brilla più degli altri, l’orizzontalità vacilla. Non a caso, già nei mesi scorsi si erano intraviste crepe, anche attorno alla figura di Achraf Hakimi. Dembélé aveva provato a disinnescare ogni sospetto:

“Il progetto PSG, realizzato con me? Smettetela di dire ‘con me’! È con tutti. È una squadra… Quando vedete Achraf, Nuno, tutti gli altri, è un gruppo intero. È il Pallone d’Oro della squadra.”

So Foot continua:

“Un messaggio chiaro, quasi pedagogico. Ma in un grande club l’ego non è un incidente: è una componente strutturale. Al Roazhon Park, contro il Rennes, gli occhi erano puntati su Désiré Doué, simbolo di una nuova generazione che reclama spazio. E non è il solo. Nuno Mendes, Bradley Barcola, João Neves, Vitinha: talenti giovani, ambiziosi, consapevoli del proprio valore”.

Un progetto senza una stella dominante – almeno sulla carta – è affascinante, ma fragile. Perché il talento, per natura, cerca riconoscimento. E nei giganti europei la competizione non è solo contro l’avversario, ma anche interna. Lo sa bene lo stesso Luis Enrique che ha voluto ribadire un principio non negoziabile: “Le dichiarazioni dei giocatori a fine partita non valgono nulla. [...] Non permetterò a nessun giocatore di pensare di essere più importante del club.”

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