Il contropiede è libertà, è un’arte sempre più complicata e per questo bellissima (New York Times)
Il contropiede è caos organizzato. È rischio puro. È la dimostrazione che, anche nell’era dei blocchi bassi e delle strutture maniacali, il calcio conserva un’anima istintiva. Un momento di libertà in mezzo al controllo

Db Torino 25/02/2026 - Champions League / Juventus-Galatasaray / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: gol Victor Osimhen
Che bello il contropiede. E come è difficile fare un buon contropiede. Siamo ufficialmente entrati in una fase di revisionismo tattico: finalmente, dopo anni di tiki-taka, la critica calcistica ha ricominciato ad apprezzare le “ripartenze”. Il New York Times prende ad esempio Everton-Manchester United, il cui primo tempo è filato via come una lunga attesa. Pochi spunti, zero scintille. Un copione ormai familiare in Premier League: squadre ordinate, prudenti, più attente a non sbagliare che a far sbagliare. Il calcio, che vive di errori forzati, sta attraversando una fase in cui l’ossessione per evitarli finisce per anestetizzare il gioco.
Poi, per fortuna, la partita ha deciso di svegliarsi. Al 70’, da una situazione apparentemente innocua vicino alla propria area, lo United ha costruito un’azione che da sola vale il prezzo del biglietto, scrive il Nyt. Palla recuperata, scarico pulito, cambio di gioco chirurgico. In pochi secondi il campo si è aperto come una crepa improvvisa nell’asfalto. È nato così un contropiede da manuale, rapido, verticale, letale. Sesko ha fatto il resto.
Eppure – continua l’analisi del Nyt – numeri alla mano, i gol in contropiede stanno diventando sempre più rari nei principali campionati europei. La ragione è semplice: le squadre difendono meglio, più basse, più compatte, più strette. Lo spazio, che è il carburante del contropiede, viene razionato. Eppure il contropiede non è morto. Lotta e vive insieme a noi, diremmo. È solo diventato più difficile. Serve velocità di pensiero prima ancora che di gambe. Serve precisione assoluta. Basta una scelta sbagliata, mezzo secondo di ritardo, e l’occasione evapora.
Il fascino del contropiede sta tutto lì: nella semplicità apparente che nasconde una complessità feroce. È un’arte che non perdona. O fai tutto perfettamente o non fai nulla, continua il Nyt.
Anche i grandi teorici del possesso lo sanno. Difendere alto significa esporsi. Difendere basso significa concedere pazienza. Ma quando una linea si spezza, non c’è filosofia che tenga: si corre verso la porta. Il contropiede è caos organizzato. È rischio puro. È la dimostrazione che, anche nell’era dei blocchi bassi e delle strutture maniacali, il calcio conserva un’anima istintiva. Un momento di libertà in mezzo al controllo.
“I gol segnati in contropiede regalano momenti memorabili in partite altrimenti banali. Alcuni dei contropiedi più spettacolari nascono da individui che riescono a stare a cavallo tra il rischio massimo e la ricompensa massima”, conclude il Nyt.











