Papu Gomez: «Avrei voluto giocare nel Napoli, sono cresciuto con le partite di Maradona»

A SportWeek: «Gasperini? È uno che fa sul serio, ma tra noi non c'è mai stata amicizia. Appena lo guardi capisci se è incazzato o no. La Roma può vincere lo scudetto perché il Napoli sta rallentando»

Papu gomez

Db Reggio Emilia 14/09/2017 - Europa League / Atalanta-Everton / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Gian Piero Gasperini-Alejandro Gomez

Alejandro el Papu Gomez ha rilasciato una lunga intervista al settimanale della Gazzetta SportWeek di cui riportiamo un estratto significativo. L’intervento dell’ex Atalanta ha anche toccato vari temi, tra cui la possibilità di giocare nel Napoli sfumata.

Gomez: «Avrei voluto giocare nel Napoli per la passione della gente»

Perché Padova?
«Per rinascere. È una scelta di vita, non mi interessavano i soldi. Al direttore Mirabelli ho detto: “Guarda, io voglio solo giocare e sentirmi importante”. Non sono qui per fare passeggiate».

Avevi avuto altre offerte?
«Dall’Arabia e dall’Argentina, ma io volevo giocare a un certo livello. Dalla Serie A invece nulla».

Come sta il Papu calciatore?
«Non voglio fare il fenomeno, ma il livello è alto. Sono il Papu di sempre, anche a 37 anni e con qualche acciacco».

E il Papu uomo?
«Sta bene anche lui. A causa della squalifica ho passato un periodo brutto, mi sono trovato catapultato in una vita diversa da quella che avevo sempre vissuto. Ho imparato a non spendere energie in cose che non potevo controllare. È servita tanta pazienza, sono stati due anni lunghi».

Come ne sei uscito?
«Mi sono fatto aiutare da uno psicologo. Avevo troppo tempo libero, non ero abituato. Prima c’era la routine: allenamenti, partite, ritiri. E poi, da un giorno all’altro, mi sono ritrovato ad avere 35 anni, portare i bimbi a scuola e non sapere cosa fare. Ho iniziato col padel, poi ho esagerato, mi mettevo anche tre partite di fila. Non era sano. Lo facevo per non pensare, volevo scappare dai miei tormenti».

Ripercorriamo la notte in cui prendi l’antibiotico.
«Ero arrivato a casa tardi dopo la partita. Durante la notte mi è venuto un attacco di tosse, a quel punto ho preso lo sciroppo di mio figlio. L’ho fatto in buona fede, senza pensarci più di tanto. Qualche giorno dopo c’è stato un controllo antidoping a sorpresa: mi ero dimenticato di dichiarare l’antibiotico, e sono stato trovato positivo».

Reputi eccessiva la squalifica?
«Hanno sbagliato completamente, non si può fermare due anni un giocatore per una sciocchezza come questa».

Hai detto: “È incredibile come, nella vita, si equilibri tutto”. Senti di aver preso abbastanza?
«Ho realizzato tutti i miei sogni: esordire con la prima squadra dell’Arsenal Sarandí, giocare in Italia. Poi la Champions, la Nazionale, il Mondiale… Cosa posso chiedere di più?».

Quindi rimpianti zero per Gomez?
«Rifarei tutto. Dopo ogni cosa brutta ce n’è sempre stata una bella. Scappo dalla crisi in Ucraina e arrivo all’Atalanta, lascio Bergamo e vado a Siviglia. Poi vinco il Mondiale. Lo stesso adesso: ho vissuto due anni bui, ora sono a Padova e succederà qualcosa di bello».

Una squadra in cui ti sarebbe piaciuto giocare?
«Il Napoli. Per la passione, il sentimento dei napoletani. E poi per Diego, sono cresciuto con le sue giocate in azzurro».

L’Atalanta. Su Instagram avevi scherzato sulla preparazione di Gasperini: si correva così tanto?
«Per il suo modo di interpretare il calcio, o corri o sei fuori. L’ho capito al primo giorno in ritiro. Mi sono detto: “Okay, questo fa sul serio”. Ha avuto ragione lui: al 70esimo gli avversari crollavano, mentre noi andavamo ancora a mille all’ora. Anche per questo segnavamo 4 o 5 gol a partita».

Fuori dal campo che tipo è?
«Era facile capire cosa gli passasse per la testa, bastava guardarlo negli occhi per capire se fosse incazzato o contento. Qualche volta ti prendeva da parte e ti parlava, ma raramente».

Oggi in che rapporti siete?
«Ci stimiamo, ma non c’è mai stata amicizia. Siamo andati a cena insieme dopo la vittoria dell’Europa League, abbiamo chiacchierato dei tempi passati all’Atalanta. Poi basta».

Se ti dico Valencia-Atalanta, cosa ha significato per Gomez?
«Ottavi di Champions del 2020, una partita paradossale. È stato il momento più bello per l’Atalanta e più difficile per Bergamo. In quei mesi, durante il Covid, sono morte tante persone, ho visto coi miei occhi passare in strada i camion militari coi feretri. Mi è capitato di andare al bar di sempre, chiedere di qualcuno e sentirmi dire: “Non ce l’ha fatta”. I bergamaschi sono forti, gente tosta, grandi lavoratori. Ne sono usciti. E noi, nel nostro piccolo, in quel periodo gli abbiamo regalato dei momenti di gioia».

E quella Champions League per poco non l’avete vinta.
«Nel momento clou eravamo un po’ cotti. L’avessimo portata a casa col PSG ai quarti, saremmo potuti arrivare in fondo. E sai, a quel punto sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa. Gara secca, stadio vuoto…».

Oggi esiste un nuovo Papu Gomez?
«Forse Dominguez del Bologna, un bell’esterno. Ma ormai ce ne sono pochi così, li cercano tutti grossi, fisici. Il calcio sta cambiando».

La Roma di Gasp può vincere lo scudetto?
«Per me sì. Il Napoli sta rallentando, la Juve non ingrana. L’Inter è quella che sta meglio, ma la Roma lotterà fino alla fine».

Palladino all’Atalanta: scelta giusta?
«Raffa lo conosco bene, ha un grande futuro davanti a sé. È un ragazzo a posto, capisce di calcio, lavora bene e ha uno staff preparato. Sono sicuro che possa raddrizzare questa stagione».

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