ilNapolista

Il problema del Napoli è che vuole giocare come il Sassuolo

La squadra di De Zerbi ha dominato quella di Gattuso. Il Napoli non può più giocare come faceva con Sarri, dovrebbe sfruttare la qualità dei suoi calciatori

Il problema del Napoli è che vuole giocare come il Sassuolo

Identità di gioco

Al termine del primo tempo di Sassuolo-Napoli, Filip Djuricic è stato intervistato in campo dall’inviato di Dazn, e in pochi secondi ai microfoni ha raccontato la differenza che oggi passa tra Sassuolo e Napoli, una differenza che esiste e si è percepita chiaramente nella sfida di ieri al Mapei Stadium: «Noi giochiamo sempre allo stesso modo, dobbiamo fare gioco. Non importa se stimo vincendo 2-0 o perdendo 2-0, noi giochiamo così. E lo stiamo facendo anche stasera. Abbiamo la partita sotto controllo e possiamo vincerla».

Ecco, il Sassuolo è esattamente questo. È una squadra che ha dei limiti evidenti nei singoli e quindi nei meccanismi di squadra, perché ha dei limiti di budget sul calciomercato. Che è pure consapevole di questi limiti. Allo stesso tempo, però, è una squadra che ha un’identità tattica, che è stata costruita per assecondare questa suo codice genetico e non rinuncia mai, neanche per un istante, a interpretare il gioco senza snaturarsi.

È grazie a questa identità così radicata che il Sassuolo ha dominato il Napoli per ampi tratti della partita giocata ieri. Ma non c’è niente di male, in questo. Si può vincere anche con una prestazione peggiore, inferiore, dal punto di vista tattico. Basta saperlo accettare, cioè bisogna saper cogliere le differenze: l’approccio di De Zerbi è funzionale per la rosa e le ambizioni del Sassuolo, per il progetto del club neroverde; il Napoli ha una rosa diversa, sicuramente più forte ma costruita in maniera più confusa, e allora la squadra non non può essere guidata o allenata per praticare un calcio identitario.

Meriti e demeriti

Ma il calcio, per fortuna, non è solo tattica: i risultati si determinano per qualità individuali pure, per forza mentale, per maggiore capacità nella gestione dei momenti. A Reggio Emilia, infatti, il Napoli ha sofferto un’evidente inferiorità strategica, ma è pure riuscito a imporre ciò che ha di superiore rispetto al Sassuolo. Così stava per portare a casa un risultato molto positivo, per quanto decisamente casuale. Ripetiamo: non c’è, non ci sarebbe (stato) niente di male, anzi in caso di vittoria del Napoli avremmo dovuto raccontare i limiti e i demeriti del Sassuolo, quella di De Zerbi sarebbe diventata automaticamente una squadra che perde nonostante la sua superiorità tattica.

Ma nell’ambito di questa rubrica, che cerca di razionalizzare il racconto calcistico attraverso i numeri e le evidenze di gioco, dobbiamo per forza analizzare Sassuolo-Napoli partendo da un doppio postulato iniziale: il Sassuolo non ha vinto la partita contro il Napoli per sfortuna e inferiorità dei singoli giocatori; il Napoli non ha vinto la partita contro il Sassuolo perché non l’ha meritato. Perché il talento individuale e la forza mentale e la fortuna, a volte, non bastano alle squadre più forti per battere quelle più organizzate. Specie quando poi questa forza mentale viene meno, com’è capitato a Manolas (e Bakayoko, e a tutti gli altri) nell’azione del rigore concesso a Haraslin negli ultimi istanti della gara.

Esempio di costruzione bassa come si deve

Il vero problema del Napoli – all’interno ma anche all’esterno della squadra di Gattuso – è quell’idea inscalfibile per cui il Napoli debba necessariamente continuare a giocare così, cioè come gioca il Sassuolo, per potersi esprimere in una maniera compiuta dal punto di vista tattico. Ma c’è una grande differenza tra quest’azione del Sassuolo e quelle tentate dal Napoli da quando c’è Gattuso in panchina: come si vede chiaramente nel video sopra, la costruzione bassa è solo una parte dei concetti di gioco applicati dalla squadra di De Zerbi; gli scambi tra portiere e difensori muovono il pressing avversario, lo attirano, ma poi c’è un passaggio verticale (di Ferrari) che taglia le linee e apre letteralmente il campo. Un passaggio centrale, ambizioso, rischioso. Che arriva a destinazione e cambia il destino della manovra.

Nell’azione sopra, il Napoli non difende neanche male, almeno inizialmente; solo che poi la difesa non accompagna, non sale, quindi non può essere aggressiva. Dopo che il Sassuolo ha superato la prima linea di pressing, scappare all’indietro diventa l’unica soluzione, ma si rivela comunque inefficace. Perché è troppo tardi. E anche perché gli inserimenti interni ed esterni dei giocatori di De Zerbi determinano sempre lo spazio per il passaggio facile. E in area, sul lato debole, c’è parità numerica. Hysaj commette fallo da rigore perché prova a risolvere la situazione con un anticipo su Caputo. Solo che non ha gli strumenti per farlo, né tantomeno il tempo e lo spazio necessario per questo tipo di giocata difensiva.

Due frame praticamente consecutivi: mentre il Napoli gioca la palla da dietro, il Sassuolo porta otto uomini di movimento nella metà campo avversaria, e i centrali sulla linea di centrocampo. Hysaj è costretto al lancio lungo, ma il suo passaggio viene facilmente intercettato.

Il Napoli, pur avendo ancora in squadra giocatori che, sotto la guida di Maurizio Sarri, giocavano un calcio simile a quello praticato da De Zerbi (Insigne su tutti, ma anche Mertens, Zielinski, Hysaj, più Mário Rui e Koulibaly), non può più giocare in questo modo. Perché non ha più i difensori centrali che sanno fare passaggi come quello riuscito a Ferrari, né tantomeno un regista come Locatelli che ispira quel tipo di passaggio, e poi non ha i difensori necessari per poter interpretare la fase passiva come fa il Sassuolo – come si vede nei due screen appena sopra.

Il Sassuolo, ieri sera, ha dato una lezione al Napoli: ha spiegato perché il Napoli di oggi non può più essere come il Sassuolo. Rrahmani e Maksimovic non sanno e quindi non possono difendere in alto, e non hanno grande qualità in fase d’impostazione; Koulibaly e Manolas hanno (avrebbero) quel tipo di caratteristiche, ma la loro costruzione dal basso è fin troppo elementare; Di Lorenzo, Demme, Bakayoko, Hysaj (soprattutto se schierato a sinistra) non sanno far progredire l’azione oltre il semplice appoggio al compagno più vicino; Fabián Ruiz e Zielinski, in questo modo, vengono depotenziati. E così, a cascata, anche Politano, Mertens e Insigne. O chiunque giochi in attacco con loro, o al loro posto, se il Napoli gioca un calcio di possesso.

È così che il Sassuolo ha controllato la partita, esattamente come raccontato da Djuricic. Soprattutto nel primo tempo, la squadra di De Zerbi ha reso del tutto inoffensiva quella di Gattuso. I numeri lo confermano: delle 5 conclusioni tentate dal Napoli, 4 sono arrivate da fuori area e una appena all’interno dei 16 metri; il Sassuolo ha costruito lo stesso numeri di tiri, ma con un rapporto esattamente inverso (4 dall’interno dell’area, uno appena fuori i 16 metri).

Perché le squadre più forti vincono?

Come abbiamo detto sopra, però, il Napoli è riuscito – in alcuni segmenti della gara – a gestire, anzi a bypassare questa la sua inferiorità tattica rispetto al Sassuolo. Da sempre, non a caso, sono le squadre più forti – ovvero quelle con il maggior numero di giocatori di talento – a vincere le partite, le coppe, i campionati. Solo che però c’è bisogno che il talento si esprima, magari aumentando l’intensità del gioco, alzando l’ambizione nella ricerca delle soluzioni. Come è successo in occasione del gol di Zielinski.

Quando il Napoli alza l’intensità

In quest’azione, ci sono diverse giocate intelligenti e di qualità: gli inserimenti e i movimenti di Demme, che determinano la superiorità numerica; il tocco di prima con cui Di Lorenzo serve il centrocampista tedesco; lo stop a seguire di Demme e il tocco immediato verso Zielinski; il tiro del polacco, ovviamente.

Ecco, le squadre più forti vincono così, grazie a giocate del genere, contro quelle meno forti però più organizzate. Solo che il Napoli fatica (molto spesso, troppo spesso) ad alzare il ritmo del suo calcio e delle sue giocate individuali, a muovere velocemente il pallone, a creare le condizioni perché gli elementi più talentuosi possano essere decisivi. Anche le due azioni decisive nella ripresa nascono da situazioni simili: Insigne liberato in isolamento contro il terzino avversario, Di Lorenzo trovato (da Insigne) sulla corsa in area di rigore a creare superiorità numerica.

Vincere la paura

Nel secondo tempo, il Napoli è sceso in campo con un atteggiamento meno impaurito. E i numeri certificano questa sensazione: la squadra di Gattuso ha tentato più conclusioni rispetto al Sassuolo (11-9), e 8 conclusioni sono arrivate dall’interno dell’area di rigore – quella di Di Lorenzo in occasione del 2-2 addirittura dall’interno dell’area piccola. Nel frattempo il Sassuolo ha continuato a tessere la tela del suo gioco, a costruire occasioni con i soliti meccanismi di possesso che il Napoli – l’abbiamo mostrato e spiegato in precedenza – non aveva gli strumenti per contenere. È così che sono nati i due pali colpiti nello spazio di pochi secondi da Berardi e Caputo. Allo stesso tempo, però, anche il Napoli ha saputo trasformarsi in una squadra più pericolosa in avanti.

Come si vede nello screen sotto, nulla succede a caso: grazie a una maggiore intensità, a un approccio tattico meno conservativo, il Napoli ha migliorato il suo rendimento offensivo. L’ha fatto senza stravolgere tanto a livello tattico, forse l’ha fatto anche perché il Sassuolo ha iniziato a risentire della gara giocata a mille all’ora, fatto sta che la squadra di Gattuso ha segnato due gol e avrebbe potuto realizzarne anche degli altri. E non ha portato a casa la vittoria per una rimessa laterale gestita malissimo nei minuti di recupero.

I dati sul baricentro di Sassuolo e Napoli tra primo e secondo tempo.

Proprio gli errori a catena di Di Lorenzo, Bakayoko e Manolas sull’ultimo pallone di Sassuolo-Napoli confermano tutta la nostra visione sulla squadra di Gattuso. Ovvero, un gruppo che ha la qualità potenziale per battere chiunque. Ma che deve sempre mantenere alta la concentrazione, la carica mentale per poter risultare efficace in tutte le fasi di gioco. Può essere una carica che si esprime in chiave difensiva, come in occasione di Napoli-Juventus, o in chiave offensiva, come nel secondo tempo di Sassuolo-Napoli. Quando manca questa energia tattica, però, vengono a galla i difetti strutturali, le carenze tattiche. L’assenza di una sovrastruttura di riferimento, la cui costruzione fa (farebbe) capo all’allenatore.

Proprio in virtù di quest’ultimo concetto, restano inevase le domande sull’approccio. Sul perché il Napoli non riesca a tenere il ritmo alto per 90 minuti. O, almeno, fin dall’inizio delle partite. È evidente che la squadra di Gattuso non abbia – non possa avere – un’anima tattica radicata e radicale, un’identità di gioco cui fare costantemente riferimento. Così come è ormai assodato che il tecnico calabrese non padroneggi (ancora?) gli strumenti dell’allenatore elastico, in grado di cambiare il corso della/e partita/e con intuizioni a monte e a valle, creando nuovi meccanismi, nuove sinergie – servirebbe un allenatore di questo tipo per esaltare le qualità di una rosa forte ma ibrida, diciamo pure assemblata male, come quella del Napoli.

Allo stesso tempo, però, l’andamento di gran parte delle partite – pure quelle così altalenanti dell’ultimo periodo – evidenzia come la squadra di Gattuso riesca a essere efficace in fase offensiva quando aumenta l’intensità delle proprie giocate. Quando, cioè, si scrolla di dosso la paura di perdere equilibrio.

Conclusioni

Contro avversari di livello più basso – come il Parma, il Benevento – e che quindi si gestiscono anche attraverso un possesso palla non troppo veloce, il Napoli manifesta questa sensazione di controllo e poi, alla fine, riesce a trovare le giocate individuali che indirizzano il risultato. Contro squadre più forti e/o più organizzate, diciamo dal Sassuolo in su, serve necessariamente qualcosa in più.

E qui riproponiamo la domanda: al netto delle scelte – inevitabilmente conservative – riguardo il turn over, perché il Napoli non aggredisce mai le partite? Perché non cerca di giocare con maggiore velocità fin dal fischio d’inizio, magari anche concedendo qualcosa agli avversari? Gattuso, in questo momento, non ha un’altra soluzione da poter attuare, perché non ha una rosa lunga e anche perché non ne conosce altre, probabilmente.

Ed è francamente inspiegabile che a questo punto della stagione, con un unico obiettivo ancora a disposizione, il Napoli debba ancora aspettare il secondo tempo, e/o di andare sotto nel punteggio, o entrambe le cose, per cercare di essere più offensivo. Anche contro squadre contro cui può o potrebbe permetterselo. A maggior ragione che ora servono dei punti per accorciare la classifica, e allora le partite bisogna vincerle. Anche senza meritarle, può succedere. Ma senza provarci fin da subito, è più difficile che succeda.

ilnapolista © riproduzione riservata