Gli stadi sono vuoti perché il calcio non dice più nulla della vita delle persone

La morte del calcio nasce con le partite dei bambini delle chat di whatsapp. È tutto banalizzato. Oggi è solo una cascata di tecnicismi narcotici

Gli stadi sono vuoti perché il calcio non dice più nulla della vita delle persone
Achille Lauro assiste a bordo campo a Napoli-Bari del 1959, la seconda partita disputata allo stadio San Paolo. È una delle tante perle dell'Archivio fotografico Carbone

L’aborto del senso sportivo

Il calcio a Napoli è come Dio – è morto. Fosse nato in questi decenni, Nietzsche avrebbe scritto la sua Gaia Scienza a Fuorigrotta concludendo il suo celebre capitolo con: «E che cosa sono ancora questi stadi se non le tombe e i monumenti funerari del calcio?».

Per dar contezza degli spalti vuoti si è preso in prestito quasi ogni argomento, forse mancando quello originario, un po’ per pudore, un po’ perché è tramontato il racconto di questo sport, ovvero la natura oscura di quanto ci spinge a praticarlo.

L’aborto del senso sportivo ha luogo, oggi, sin sui bambini. Il motivo sono soprattutto gli affannati insegnamenti che adulti sempre più confusi ed impreparati impartiscono loro. Sui campi vanno in scena questi figli delle chat di whatsapp che devono barcamenarsi tra l’obbligo della vittoria – in nome di cui una squadra italiana ha sacrificato ogni sua cosa – e la risposta timorosa dei decoubertiniani impauriti – importante non è neppure partecipare ma addirittura divertirsi. Qui, in queste partite del sabato mattina tra ragazzini, sui bordi campo stracolmi di genitori, inizia la morte del calcio: disconoscendo la sua origine. Che è la stessa che va cercata altrove, non sulle cronache delle partite o nei voti del calciomercato, ma lontano, azzardo lontanissimo, in un esercizio da puro bar sport – le evoluzioni di calcio e sapienza antica sono parallele, seguono percorsi molto analoghi, tanto che, nel consueto spirito sfrocoliatore di questo giornale, possiamo provare a rititolare il saggio del filosofo Giorgio Colli La nascita del calcio.

Il gioco del pallone vede la luce assai prima del calcio in livrea fiorentino, il suo progenitore sono gli agoni ginnici greci; e loro, i nostri antenati ellenici, che poterono riflettere privi dell’ausilio dei social, iniziano a correre perché riecheggiano e vivono, persa in un passato opulento ed oscuro, una sfida. Per essere precisi la sfida, quella che gli dei lanciano agli uomini. “Il dio accenna all’uomo che la sfera divina è sconfinata, insondabile, capricciosa, folle, priva di necessità, tracotante, ma la manifestazione di essa nella sfera umana suona come un’imperiosa norma di moderazione, di controllo, di limite, di ragionevolezza, di necessità”. Il dio si insinua nelle esistenze degli esseri umani, regola la loro strada imponendo la disciplina, generando così lo sport e le sue norme, ma lo fa in modo paradossale, perché attraverso questi canoni sportivi l’uomo possa sondare la natura maniacale e folle della vita.

C’è quindi, e anzitutto, una nota profondamente violenta nello sport, oggi persa in nome di due ridicoli opposti: da una parte l’ebetismo ultras che di questo viaggio all’interno dell’uomo prende il classico fondo del barile, dall’altra la famosa parte progressista del paese che gronda impegno civile e dice no ad ogni violenza e insegna il calcio come gioia pura. Ma violenta e avulsa dalla logica è l’esistenza in cui comprare il dio, similmente a come un muscolo è irrorato, per fortuna e suo malgrado necessariamente, di vasi sanguigni. Gaetano Scirea è l’esempio eterno del calciatore che studia a fondo la disciplina, rendendosi un modello quasi fuori dall’umano, eppure il dio lo fa morire su una strada secondaria polacca bruciato dal fuoco di quattro taniche di benzina. È insensato e crudele della crudeltà insensata che il libero italiano – il cui ruolo, libero, suona quasi come una beffa tragica – poté conoscere e studiare su innumerevoli campi d’erba adoperando la sua dottrina sportiva. E morendone.

Tutto questo i greci lo chiameranno enigma, ed è questo che il calcio attraversa per intero: una partita di pallone è camminare la superficie e l’interno dell’enigma, nei corridoi di specchi che chiamiamo futuro, o necessità. Non esiste più volontà, si smarrisce il libero arbitrio, i giocatori sono esseri abitati, fuori da ogni propria decisione. D’altra parte solo gli sciocchi possono illudersi che Muhammad Ali abbia deciso di essere ciò che era, solo chi ha tempo da perdere lo impiega a commentare gli stili di vita di Maradona – che disse chiaramente, in una frase troppo colorita da critici e commentatori, che la sua mano fu appunto quella di un dio. Non scherzava affatto.

Nel tempo questa formulazione  complessa, spaventosa e mirabile del futuro che i greci ci hanno tramandato è divenuta, anche grazie alla tradizione cristiana, banale fatalismo. I tifosi napoletani sono diventati i figli dell’autogol di Moreno Ferrario, per significare che nulla può mutare, che si è i piccoli di un destino infame. Ma la necessità da cui il calcio prende le mosse non ha niente a che vedere con lo sconfittismo partenopeo: imparare dal calcio significa imparare a volere ciò che accade, non a piegarsi a priori a qualunque evento, visto che nessun evento in sé davvero esiste al di fuori di questo cammino. Il calcio vive di questo cuore violento, di questa sfida impossibile solo nell’immediato, solo dal vivo in uno stadio.

La formulazione di questo enigma, che è l’incontro calcistico, porta con sé una carica enorme di ostilità. Quando l’enigma scende sul piano umano esso diventa un agone, non può essere altro che uno scontro. Con buona pace di chi vuole abolire le competizioni per rendere felice i nostri bimbi. La banalizzazione volgare cui assistiamo oggi è criminosa perché fa scadere tutto in un noioso circolo da talk show – da un parte quelli che vincere è l’unica cosa importante, dall’altra quelli che però noi abbiamo il bel gioco. Il calcio, specchio dell’enigma, è più feroce di questi poveri figli di Instagram. Lo scontro tra due squadre sul campo di gioco è paradosso – qualcuno disse, con qualche fare profetico, che il calcio è bugia – perché qualunque sia la parte scelta, ciascuno terminerà sconfitto, perché il calcio è la totalità dei suoi giochi, è la risultante di tutti gli apparenti contrari, per cui l’allenatore vivente più vincente è noto per la sconfitta più bruciante, e il calciatore più grande di tutti i tempi ha terminato la sua carriera assai prima di quella di Vierchowod, perché in questo fondersi di coppie di opposti si manifesta, brevemente, la natura nascosta del dio: “giorno e notte, guerra e pace, sazietà e fame”. Per ogni Gaetano che esordisce in serie A diciottenne c’è la morte feroce di un Astori, questo richiede il dio.

Gli stadi vuoti sono anche il frutto della mancata educazione a tutto questo. All’esaltazione del tifo tonto di tante curve che vogliono solo prendere parte, scegliere il luogo giusto come si sceglie il numero di posto – ed ecco migliaia di campani e calabresi che si tuffano ad abbracciare i colori bianconeri, sperando di sottrarsi a questa dialettica di vita; di fronte, altre migliaia di napoletani disertano, malati della stessa illusione. Il San Paolo vuoto e lo Juventus Stadium pieno sono due apparenti effetti contrari del medesimo morbo mortale, non cadete in facili conclusioni. Entrambi sono il segno di una decadenza.

All’inizio si è scritto: di tutto ciò non si discute, spesso, per pudore. Ad accostare argomenti apparentemente frivoli ad altri apparentemente elevati si finisce col fare la figura dei tromboni. Ma ne siamo davvero certi? Nelle scuole dell’obbligo, quelle che tutti dicono dovrebbero ricevere i famosi fondi perché fa molto progressista dire che investire sulla cultura è l’unico modo di assicurare il futuro dei nostri figli, si insegna che Omero (un discreto personaggio storico) un giorno vide dei pescatori avvicinarsi sulla spiaggia, chiese loro se avessero pescato qualcosa, questi gli risposero  “Quanto abbiamo preso l’abbiamo lasciato, quanto non abbiamo preso lo portiamo”, Omero non riuscì a risolvere l’enigma, perse la sua sfida e morì, di semplice scoramento, dopo aver scritto Iliade e Odissea. Questo indica due cose: anzitutto che la pena della sconfitta in ciò in cui abbiamo talento è la morte – e che chi ancora irride la depressione dei calciatori perduti o dimenticati come figlia del loro essere viziati è semplicemente sciocco; in secondo luogo, che nulla c’è di più serio del gioco, dell’agone e del calcio, e chi continua a descriverli come undici fessi in mutande è un cieco dell’esistenza.

Come evolve, nella storia, la vicenda della sapienza, secondo Colli? Come oggi evolve il calcio. Lo spirito agonistico si tramuta in letteratura – quanto la televisione ha fatto del calcio; e da letteratura la Sapienza, basata sulla dialettica, diviene retorica. Cosa è oggi, infatti, l’estremo tema tattico che si osserva quotidianamente, se non un puro strumento di potere e del potere, che poco ha a che fare il calcio-enigma? Cosa è il guardiolismo, oggi, se non la massima, e più pericolosa, degenerazione retorica del calcio, da specchio dell’immediato, della necessità, della sfida paradossale e mortale, a retorica del controllo totale, costante, strategico e illusorio? Guardiola vale Gorgia, la televisione vale Platone, il mai visto Grande Torino vale Eraclito.

Gli stadi sono vuoti perché il calcio non spiega più nulla della vita delle persone. Non indica più la vita, non indica più la morte. Non ci rende più, in questo, fratelli. È piuttosto una cascata di tecnicismi narcotici – in questo senso vanno lette le parole di Ancelotti sulla semplificazione necessaria nel mondo del pallone. Apriamo il calcio di nuovo a ciò che esso significa. Al dolore, alla gioia, alla pazzia – unica generatrice di sapienza, direbbero i greci. Oppure prendiamo atto che è tardi e non serviranno biglietti, strutture, seminari. Il pallone è morto e domani risorgerà sotto altra, inaspettata, forma.

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