Hamsik è come noi che non abbiamo visto Maradona

A Milano preferì la comfort zone di Napoli e adesso accetta un’offerta irrinunciabile. Proprio come avremmo fatto noi che veniamo dagli anni 90

Hamsik è come noi che non abbiamo visto Maradona

Noi che non abbiamo avuto Maradona

“Genova per noi, che veniamo dalla campagna”. Così cantava Paolo Conte nel 1985, volendo descrivere, con l’immaginifica potenza di musica e parole, lo stupore travolgente, la meraviglia un po’ impaciata di chi si trova dinanzi a qualcosa di fortissimo e bellissimo ma rispetto al quale si sente inadatto, impreparato. Volendo utilizzare la stessa metrica per descrivere la sensazione provata da molti di noi tifosi napoletani dinanzi all’addio inatteso e spiazzante di Marek Hamsik dovremmo cantare – e non ce ne voglia il Maestro astigiano – “Hamsik per noi che veniamo dagli anni ‘90”.

Eh già, perché mentre la “stagione dei padri e dei nonni” può identificare con Diego Maradona l’Uomo della provvidenza, il simbolo vivente della tensione – reale ed onirica insieme – dei successi napoletani, chi come me è nato in un’epoca in cui El Pibe è, in alternativa, sfocato (ma felice) ricordo o epica memoria tramandata da altri, l’emblema incarnato di tale tensione è proprio lui, il ragazzo slovacco con la cresta. Marek, il puledro danzante tra mediana e trequarti, l’incursore leggiadro e letale, il motore (invero non sempre vivace) di tutti i Napoli della storia recente.

Di lui sappiamo tutto

Le alternative certamente non son mancate: dall’argentino Ayala, agli italiani Pecchia, Montervino e, ovviamente, Paolo Cannavaro, capitano napoletano e guida del gruppo anche negli anni di Hamsik (con il quale, tra l’altro, Paolo ha costruito nel tempo un rapporto molto stretto, anche extra-calcistico). Ma nulla di paragonabile. Non solo per talento e posizione in campo. Ma anche per congiuntura cronologica, per estrazione generazionale. Hamsik, infatti, è nato nel 1987, poco dopo l’uscita del bellissimo brano di Paolo Conte, ed appartiene ad una temperie morale che i “maradoniani” non conoscono o che comunque faticano a comprendere. Pare un passaggio superfluo, ultroneo. Eppure vi assicuro che non lo è. Questo elemento, infatti, spiega molto dell’addio e, soprattutto, delle modalità con le quali si è consumato.

Di Marek, noi nati a cavallo tra fine ’80 ed inizio anni ‘90, sappiamo tutto, condividiamo tutto. Il nome dei figli, le auto possedute, le vacanze fatte. I suoi innumerevoli tatuaggi sono spesso gli stessi di molti di noi (non i miei, ma questo è un altro discorso). I locali che ha frequentato a Napoli e nei dintorni sono stati spesso anche i nostri, a volte casualmente, altre proprio in ragione della sua presenza. Le sue scelte di vita, anche calcistiche, ci raccontano molto più di quanto si possa immaginare. Si pensi al rifiuto del Milan. Era l‘estate del 2011 e molti, come sempre in questi casi, rimasero col fiato sospeso. Marek era un gioiellino, un astro brillante e non ancora esploso del tutto. Il Milan una squadra forte, solida, blasonata e di categoria differente rispetto al Napoli (almeno all’epoca). Ebbene, alla fine Hamsik rifiutò, non si trasferì.

La paura di non essere abbastanza

E quella scelta l’avremmo fatta anche noi. E non tanto per l’amore di Napoli (che non esiste, come dice benissimo Raniero Virgilio), non per adesione ai valori che la squadra dovrebbe rappresentare nell’immaginario collettivo. Lo ha fatto per paura. La paura di non essere all’altezza, di dover ricominciare da zero, con nuovi compagni, nuovi tifosi, nuovi sistemi di gioco. La paura di non essere abbastanza. E allora meglio la comfort zone dell’azzurro, di Mamma Napoli, così calda ed assuefacente. Sempre di corsa, falcata lunga e testa bassa. E ultimamente, perché no, anche con la mano sul cuore ed il bacio alla curva dopo il gol, che tanto la messinscena è in atto e vale la pena partecipare con fare attoriale.

Anche noi siamo così. E non ce ne vergogniamo. Temiamo l’amore, ma fin tanto che siamo in ballo, balliamo. E lo facciamo fino in fondo. Senza infingimenti. Fino a che non arriva l’addio. E non parlateci, vi prego, di cerimonie strappalacrime. Di liturgie del saluto. Non ci rappresentano. Non rendeteci più pesante lo scopo, il fine della nostra scelta: nove milioni l’anno, in un paese lontano e con scarsa cultura calcistica. Meno pressioni, più risorse. La paura, ancora lei. Di non poter contare più, di non essere più all’altezza. La paura, amica dei trentenni. Inseparabile consorte, ereditata dalla generazione dei padri onnipresenti e consenzienti a prescindere. Che ci costringe a muoverci sempre. Per non pensare. Per non salutare e metterci irrimediabilmente dinanzi a quello che siamo stati e, forse, non siamo riusciti ad essere. Lo hai fatto per te, Marek, lo sappiamo. Ma lo hai fatto anche per noi. Noi che, come te, veniamo dagli anni ’90.

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