Il calcio è un’industria, ma un’industria può essere anche simpatica con la sua gente

Il pubblico si è raffreddato anche perché si è ricreata una frattura con la società di De Laurentiis. Non esiste solo il capitale, c’è anche il “capitale umano”

Il calcio è un’industria, ma un’industria può essere anche simpatica con la sua gente
Aurelio De Laurentiis

Il San Paolo vuoto

Il San Paolo vuoto fa discutere. Ed a ragione perché vedere gli spalti del San Paolo vuoti con una squadra seconda in classifica rende tristi. Oltre al degrado che contraddistingue questa fatiscente struttura (che certo non invoglia il tifoso ad avventurarsi tra i meandri di una cattedrale fantasma sopravvissuta agli sperperi e alle brutture di Italia ’90), vedo molte firme sul Napolista accanirsi contro il pubblico (scarso) del San Paolo.

Per mesi, anni, ho sentito voci levarsi contro i settori popolari (le curve), gli unici settori quasi sempre pieni o almeno densi di popolazione, dicendo che erano covo di mafiosi e criminali, discorsi volti a settorializzare, dividere i tifosi del Napoli creando tifosi di serie A e di serie B. Gli sparuti 20.000 di Napoli-Sampdoria che cantavano, gli spalti sotto i quali il capitano Hamsik è andato a salutare forse per l’ultima volta, topograficamente, architettonicamente, dove si situavano? Non è dunque il “tifoso criminalizzato delle curve” ad abbandonare lo stadio ma forse il tifosotto piccolo-borghese che viene solo a vedere il Real Madrid?

La domanda è retorica. Spesso dal patron ai media s’è levato il fuoco incrociato contro i tifosi del Napoli, soprattutto quelli che vanno nei settori popolari, con il risultato che il San Paolo è diventato terreno di caccia per rancorosi, snob, critici all’inverosimile della “fauna sportiva napoletana”. Ricordo il disprezzo di certi professori quando in classe qualcuno parlava in napoletano. “Esprimiti in italiano!” era il rimprovero. Io però quando sentivo mio padre sui cantieri parlare in napoletano con gli operai pensavo che quella lingua fosse un’arma segreta, la chiave per entrare nel cuore della gente, per sentirsi parte integrante di quella città. Oltre Basile, Bruno, De Filippo o Di Giacomo iniziai a capire che lingua, popolo, cultura e città sono un tetraedro perfetto.  Napoli è pur sempre una tribù, ricordiamolo (e ricordiamo Pasolini).

Perché sminuire il pubblico di Napoli?

Se è vero l’assunto che De Laurentiis considera i tifosi alla stregua di clienti, perché sminuire il pubblico di Napoli visto che ciò si rivela anche dannoso per la stessa società che perderebbe i propri “clienti”? C’è chi scrive addirittura che se il Napoli giocasse fuori da Napoli, avrebbe più spettatori. Io non capisco la logica che muove questi articoli. Le migliori stagioni del Napoli sono state contraddistinte da un patto non scritto tra tifosi, dirigenza e squadra. È in quei momenti che il Napoli ha fatto più paura al sistema. Come dimenticare le parole di Sarri dopo la vittoria sulla Juve: “Vittoria di un popolo”?
Ma qui non voglio parlare di Sarri. Dietro questa visione volta a sminuire il pubblico di Napoli, a puntargli il dito contro, mi sembra di intravedere una sorta di “disprezzo” nei confronti di quello che offre la città, mi sembra di vedere all’opera un vecchio meccanismo tipico del contesto societale partenopeo: le élites (intellettuali, media, classi più agiate) che si scagliano contro il “popolino” (settori popolari in questo caso, ultrà). Un meccanismo perverso che crea divisioni di classe di cui la città non riesce a liberarsi e di cui la città farebbe volentieri a meno. L’anno scorso con Sarri al comando questa frattura mi è sembrata ricomposta.
Il Napoli di Sarri e dei 91 punti ha avuto una media spettatori attorno ai 40.000. Ma per me questa non è solo una questione di risultati sportivi. Non esiste solo il profitto economico, il capitale. Esiste anche il “capitale umano”, il capitale di simpatia che una squadra ed il suo management irradiano attorno a sé e non credo sia produttivo disprezzare continuamente il bacino di utenza della città, della gente di Napoli, un pubblico conosciuto da sempre per il suo calore e per la sua passione. Sparare a zero contro questo pubblico non servirà certo ad invogliare la gente a ritornare allo stadio. Anche gli articoli irriverenti contro i tifosi che non vanno a vedere l’ultima partita di Hamsik al San Paolo (nessuno era al corrente), non fanno che spargere acredine, disprezzo verso le persone che si armano di pazienza per mettere piede in quel mostro di cemento armato.
Il pubblico si è raffreddato anche perché si è ricreata una frattura con la società di De Laurentiis (ricordo che durante la gestione Sarri anche i media notarono che c’era una sorta di accordo di non belligeranza tra frange del tifo e società). Una società, quella di ADL, che a volte dà l’idea di voler espiantare la SSC Napoli da Napoli-città, città che a volte sembra odiare profondamente ma di cui ha beneficiato a lungo usando passione e luoghi comuni (le maschere, le pernacchie, la napoletanità) a fini puramente strumentali o di marketing. D’accordo il calcio è un’industria. Ma un’industria può mostrare anche un volto umano, un’industria può essere anche simpatica, accomodante con la propria gente. Ci vuole benevolenza, intelligenza, sensibilità da parte di tutti: gli strappi di De Laurentiis, il sarcasmo tagliente dei media, i commenti schizzinosi di una parte di tifosi contro un’altra, tutto ciò non aiuta certo la causa ma contribuisce a scavare trincee ancora più profonde. Le parole sono importanti. Le parole sono pietre. Non scagliamocele addosso.
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