Da Toronto mi chiedo: che fine hanno fatto i tifosi del Napoli?

Abbiamo dimenticato la nostra storia, da dove veniamo. A Toronto, nell’hockey, non vincono il titolo dal 1967 eppure il palazzetto è sempre pieno

Da Toronto mi chiedo: che fine hanno fatto i tifosi del Napoli?
Juventus v Napoli

Sono un Napolide

Caro Napolista,

mi trovo a Toronto da un paio di mesi per girare il mio cortometraggio western, The Bear.

È da un po’ di tempo che voglio scrivere un pezzo, mi prudono le mani. Ci sono delle riflessioni che ho bisogno di fare da alcune settimane sui fatti di casa. Della serie, viste da lontano, cambiando il punto di osservazione, le cose appaiono sempre più chiare. Tutte le mattine, come sempre, leggo il Napolista e mi accorgo che tra Raniero Virgilio, Diego De Luca e Guido Ruotolo ci sono molte coincidenze col mio pensiero – accidenti a voi ho dovuto scrivere tutto da capo!

Mi unisco così alla conversazione, se me lo concedi.

La premessa è che, come sai, sono un Napolide, come da definizione dell’amico Vittorio Eboli. Nato a Santa Lucia al Pallonetto, trapiantato a Roma a sette anni e poi buona parte della vita trascorsa tra il Sud America e il Canada, appunto. Poi, sette anni fa, sono tornato ad abitare a Napoli.

C’è poco da fare, ogni volta il raffronto lo fai, tra casa e il qui – dovunque sia il “qui” nel dato momento.

Allora, camminando per le strade innevate di Toronto a -17°, ti accorgi ancora una volta di quanto integrata e multirazziale sia questa società. Visi e colori dai mix incredibili, DNA in libertà.

Il Canada

Il Canada si è costruito sull’immigrazione e quello dell’accoglienza resta un puntiglio delle amministrazioni, che siano di destra o di sinistra. Del resto, in un paese dove il leader del partito democratico (NDP) è questo signore qui, Jagmeet Singh, l’opinione pubblica considererebbe assolutamente ridicolo che concetti come diversità e integrazione venissero messi in discussione,

Per questo, quando dopo Inter-Napoli stavo lì a spiegare ai miei incuriositi amici canadesi dei Buu (ma è diventata una parola?) a KK; che attorno ad una partita di calcio s’era sviluppata l’ennesima guerriglia urbana; del ridicolo di amministratori e politici di vario livello che non sapevano che pesci prendere e quali stupidaggini dire; che il nostro Ministro degli Interni si fa fotografare e canta cori anti-Napoli insieme ad ultras pregiudicati, loro non capivano. Non capivano cosa tutto questo avesse a che fare con lo sport, innanzitutto. A parte la fatica di spiegare loro cosa siano gli “ultras” o che ci faccia la ‘ndrangheta negli stadi! Oh, non è che qui non ci siano gli imbecilli. Pure loro ogni tanto hanno il beone di turno che magari si fa una scazzottata. Né il Canada è il paradiso. Hanno pure loro grosse contraddizioni, e convivono con un gigante ingombrante che quotidianamente influenza l’economia e la vita dei cittadini. Specialmente quando la GM licenzia migliaia di operai in Ontario, o quando qualcuno decide che “it’s time to make Ammereka great again” e allora qualche bulletto populista alza la testa pure da queste parti.

Ma non confondono lo sport con il razzismo o la violenza. Non gli passa proprio per la capa di rovinarsi la giornata allo stadio. O al palazzetto. E guardate che qua per lo sport vanno letteralmente pazzi. Hanno una delle migliori squadre della NBA, i Raptors; hanno un discreto team della MLB, i Toronto Blue Jays; hanno persino una squadra di soccer, il Toronto FC, dove gioca Giovinco. Ma soprattutto hanno una delle squadre di Hockey NHL più famose, forse la più famosa: i Toronto Maple Leafs. Che vuol dire foglie d’acero, il simbolo nazionale. Non c’è partita che la ScotiaBank Arena non sia stipata in ogni ordine di posti, il palazzetto è sempre sold-out con biglietti che vanno dai 90 ai 500 dollari.

Voi direte: vabbuò ma Toronto è una città ricchissima. Vero. Voi direte: vabbuò ma avranno stadi e palazzetti che sono una meraviglia. Vero. Voi direte: sarà pure facile andarci coi mezzi. Vero. Voi direte: e vabbuò vinceranno tutti gli anni. Falso.

I Leafs sono forse la squadra più importante dell’NHL. Qui hanno giocato Red Kelly, Tim Horton (prima di diventare un caffè), George Armstrong. Nomi che a noi non diranno granché, ma sono leggende dell’hockey. Oppure Mats Sundin o Wendel Clark. Insieme ad altri sono tutti nella Hall of Fame dei TML. Questi ultimi però non hanno vinto letteralmente un cazzo. Scusate il francese. I Leafs è dal 1967 che non vincono una Stanley Cup. Ne hanno vinte 13, ma dal ‘67 nisba. Non una coppetta, mini tornei. Nulla. Sono il team che spende di più per comprare i giocatori migliori, i migliori coach. Eppure non vincono. Eppure il palazzetto si riempie, eppure i giocatori scelgono di venire qui perché i Leafs sono la storia dello sport che loro praticano e amano. I tifosi delle foglie blu non se lo spiegano. Non c’è niente di razionale. Qualcuno parla di una maledizione. Niente, non vincono. Eppure, tutte le volte che si gioca loro sono lì.

Il San Paolo semideserto

Allora guardo il San Paolo semideserto in tv. E ancora una volta sospiro. Sospiro nel vedere una città che non ha memoria, che non si sa misurare la palla. Noi non siamo minimamente paragonabili a quello che sono nell’Hockey i Maple Leafs o nel calcio il Real Madrid, il Manchester United o la odiatissima Juventus. Abbiamo avuto delle leggende del pallone, ma la nostra storia è fatta di molto colore e di poche vittorie, legate per lo più ai ricci geniali di Diego e alle invenzioni di Ferlaino; alla cresta di Marek Hamsik (a proposito, grazie di tutto Capitano) e al ghigno sardonico di Aurelio De Laurentiis.

Che fine hanno fatto, senza andare troppo indietro nel tempo, i sessantamila spettatori dei play-off di serie C con l’Avellino? Il San Paolo era un cesso anche allora. Che fine ha fatto quel pubblico caloroso, fantasioso, divenuto quasi un mito? Forse, come dice Raniero, non esiste, non è mai esistito. È una mistificazione, un prodotto adulterato, pezzottato. Sono anni in realtà che il tifo al San Paolo è diventato più occasionale. Nelle ultime stagioni, finché si è potuto, ci siamo abbonati in sei, settemila al massimo. È l’occasione, l’evento, cha ti fa tifoso. La fede è dimenticata. È più importante dire la tua, criticare sui social, dirsi stanchi di arrivare eternamente secondi in campionato. E guardate che io voglio vincere. Ma le vittorie a Napoli, possono arrivare solo in virtù di miracoli (leggi D10S) o di certosina e paziente programmazione.

Ricordo quando da bambino, prima dell’era Maradona, guardavo con orgoglio a quelle due Coppe Italia sulla mia prima bandiera. Era tanta roba. Il mio tifo nasceva grazie a Dio, a mio padre e a Ruud Krol, ma con la maglia azzurra c’erano pure Citterio o Criscimanni (pur amati). Se mi avessero detto “firma per un Napoli secondo a vita”, il pensiero ce lo avrei fatto. Poi per fortuna sono arrivati Maradona e De Laurentiis. Così oggi, su quella bandiera di coppe ce n’è qualcuna di più. E i bambini di oggi possono essere ancora più orgogliosi di noi a quel tempo.

Perché lamentarsi, dunque, piuttosto che semplicemente andarsi a godere un bellissimo spettacolo sportivo, come i tifosi dei Leafs? Perché noi siamo il Napoli! Secondo me siamo masochisti da psicanalizzare, ha ragione Guido Ruotolo.

Sinceramente non so che pensare. L’Italia da qua mi appare così confusa in inutili manfrine e in preda ad una sindrome di regressione Medievale. Come mai Napoli non è capace di capire che sta vivendo, almeno calcisticamente, un’epoca d’oro? C’è già tanta stampa che fa cattiva informazione, per incapacità, ignoranza o doppi fini. Come fa Napoli – i suoi tifosi almeno – a non stringersi più attorno alla squadra ogni domenica? Non solo. In un paese corrotto, dove anche nel calcio si fiuta la puzza dei poteri forti, del razzismo e della criminalità organizzata, il Napoli di De Laurentiis, Hamsik e Koulibaly rappresenta un esempio di limpidezza: dal punto di vista di gestione aziendale, del fair play sportivo e della lotta al razzismo. Abbiamo storia e tradizione calcistica da condire con questi valori. Magari stiamo perdendo una chance. Quella di essere, per una volta sul serio, un pubblico meraviglioso, che aiuti la squadra a simbolizzare quei valori di limpidezza, sovvertendo, ancora una volta, i cliché sulla città. Ai canadesi piacerebbe. Sveglia Napoli!

Forza Napoli Sempre

ilnapolista © riproduzione riservata