Salvini sta con gli ultras o con i poliziotti?

Stavolta il ministro è incappato in un autugol comunicativo, vuole tenere assieme due mondi inconciliabili. E prima o poi ne pagherà le conseguenze

Salvini sta con gli ultras o con i poliziotti?

Autogol comunicativo

Siamo abituati a considerare Matteo Salvini un drago della comunicazione politica. Anche le sue posizioni di ministro dell’Interno che ne sa di vita da stadio sono segno della sagacia dell’uomo abituato a intercettare il comune sentire ovunque questo si annidi. Ma questa volta, nel filo teso tra il Viminale e la Curva Sud, il Capitano si è infilato in una situazione più complessa del solito e, almeno in potenza, dall’esito niente affatto win-win. Guido Ruotolo individuava il controsenso di un ministro dell’Interno che svuota di significato le norme vigenti in tema di ordine pubblico. Ma di cortocircuiti nel salvinismo applicato allo stadio ce ne sono almeno un altro paio.

Il primo. Salvini ha gioco facile a dire che gli stadi sono luoghi molto più sicuri di quanto si pensi. Negli ultimi anni i match calcistici (soprattutto di Serie A) sono diventati meno cruenti: è nell’esperienza degli habitué e, se non bastasse, lo certifica l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive.

Gli ultras non si sono affatto convertiti al pacifismo

C’è un però. Le frange oltranziste delle curve non hanno intrapreso un percorso di conversione al pacifismo. Banalmente, l’impianto legislativo strutturato intorno ai decreti Pisanu, Amato e Maroni rende più facile (nonché efficace) sorvegliare e punire. Soprattutto, lo stesso impianto normativo ha “tolto occasione”, come si dice dalle nostre parti. Si pensi alla tessera del tifoso: ha completamente fallito in gran parte dei suoi obiettivi. Che tenerezza ritornare a quegli articoli del 2010, quando si sosteneva che avrebbe permesso di censire la folla degli stadi e – quindi – ottundere l’arma dell’anonimato della moltitudine. La tessera ha avuto unico, vero merito: essere osteggiata dai gruppi ultras. Che, nella pratica, pur di non sottoscriverla hanno rinunciato a viaggiare in giro per l’Italia, nei primi tempi con una certa protervia, negli ultimi anni con minore costanza. Le sigle di duri e puri, è quanto conta, hanno smesso di sfidare i nemici in territorio ostile, preferendo per ortodossia rimanere ciascuna in casa propria.

Ecco, la sola ipotesi di tornare alle trasferte d’altri tempi, quelle delle masse in movimento in carovane di bus o in treni speciali, significa moltiplicare in maniera esponenziale le occasioni di tafferugli in questi anni rilegate agli agguati in autogrill. Adesso, è vero che i curvaioli rappresentano un certo bacino elettorale e dar loro la possibilità di pestarsi ogni tanto significa guadagnare il loro affetto. Ma sarebbe molto difficile per Salvini vendere alla casalinga di Voghera come un successo politico il ritorno alle domeniche di lotta negli stadi. Lui mica è un saltimbanco, è un uomo d’ordine.

Al ministro piace la divisa

A tal proposito, il leader leghista è talmente uomo d’ordine che ha sempre avuto un occhio di riguardo per le forze dell’ordine. È da anni che ama farsi vedere in divisa, non solo ora che è al Viminale. E qui veniamo al secondo cortocircuito. Perché gli ultras sono nemici delle forze dell’Ordine (gli incidenti di stanotte a Roma ne sono l’ennesima conferma). Ma proprio nemici giurati. Gli ultras considerano la definizione “amico della polizia” un’offesona, nel proprio codice comportamentale reputano la collaborazione con le autorità una mancanza d’onore (parla di omertà il gip Salvini quando nega la scarcerazione all’ultrà interista Piovella), si menano con gli sbirri con la stessa allegria con la quale si menano con gli ultras avversari. Anzi, i fatti dimostrano che gli ultras non hanno bisogno della tifoseria ospite per fare un po’ di festa, gli sbirri vanno spesso benissimo da soli.

Bene, ipotizzando ancora una recrudescenza di violenze negli stadi in qualche modo avallata dal Viminale, come potrebbe Salvini non doverne rendere conto all’imponente apparato di poliziotti, carabinieri, funzionari delle Questure? Ovvero al personale pubblico (grande risorsa di voti) che la domenica è dispiegato negli stadi e che solitamente chiama a riconoscersi in lui?

Non bastano le prese di distanza di rito dai violenti da sbattere nelle celle di sicurezza. Per quanto Salvini sia spregiudicato, non se ne esce: gioca su due tavoli inconciliabili e, prima o poi, dovrà pagarne le conseguenze.

Anche se.

Anche se sono anni che l’opinione pubblica si dimostra indifferente ai nessi logici e a quelli di causa ed effetto. Quindi potrebbe verificarsi lo scenario peggiore, l’uomo duro al Viminale che ci riporta a livelli di violenza scomparsi da anni, ma non per questo Salvini vedrebbe il proprio consenso calare tra ultras, sbirri e massaie.

E poi sono anni che la classe dirigente italiana pratica un forte bipolarismo tra proclami e azioni. Quindi, in fin dei conti, il ministro potrebbe lasciare intatto l’impianto normativo vigente e solleticare i curvaioli, liberando allo stesso tempo le istituzioni del calcio italiano dall’urgenza di dare risposte su temi come il razzismo e la violenza (anche se solo verbale) negli stadi. E questo sì che sarebbe un bel jackpot elettorale.

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