Da Renato Curcio alla vedova dell’ultrà: dizionario di odio e calcio

Il sentimento antinapoletano e le parole della moglie: “Era un grande lavoratore”. La trattativa di Salvini e il concetto di identità che non piace ai cosmopoliti

Da Renato Curcio alla vedova dell’ultrà: dizionario di odio e calcio

Odio e calcio. Un dizionario.

GUERRA

Ne parlava Renato Curcio in “Una guerra in trappola”, dal Guerin Sportivo del 26 gennaio 1986, direttore Italo Cucci, un anno dopo la tragedia dello stadio Heysel (maggio del 1985: trentanove tifosi italiani morti schiacciati dalla folla e da un muro prima della partita Juventus- Liverpool). L’idea viene ripresa ora da Vittorio Sgarbi, che riconosce agli ultras lo status di guerrieri:

Nessuna morte è lecita né quella in guerra né quella degli Stati che hanno la pena di morte. Ciononostante, la guerra esiste ed esistono gli ultrà che sono arbitrariamente violenti se la loro azione è messa in atto contro spettatori ’civili’.”

“Se tu sei un ultrà e combatti con spirito militare e intendi il tifo con spirito militare, allora sei un soldato che combatte in guerra contro un altro soldato e puoi morire. Un soldato che va in guerra di certo non vuole morire ma lo mette in conto“. 

La guerra, sostiene James Hillman in “Un terribile amore per la guerra” (Adelphi Edizioni), è senza dubbio una pulsione primaria, forse una costante ineliminabile della dimensione umana. Può essere solo addomesticata, mitigata, ritualizzata.

Un film, qualche anno prima di Curcio, “Rollerball”, ipotizzava che il conflitto, rigorosamente in campo, tra gli atleti, disinnescasse quello fuori o comunque lo prevenisse, in una società interamente pacificata, senza confini né nazioni. Non è andata così, la guerra c’è dentro e fuori, come raccontava Curcio.

IDENTITA’

La stigmatizzano i “cosmopoliti”, anche quelli del calcio, convinti se ne possa e debba fare a meno in un mondo globalizzato dove tutto fluttua, capitali, merci, uomini. Eppure l’universo del tifo organizzato, che non può essere ridotto alla violenza, è custode di qualcosa che sempre sussisterà, dando risposta ad un bisogno di comunità che torna prepotente proprio nella nostra postmodernità globale. E sarebbe profondamente sbagliato criminalizzare un mondo, l’ultimo, fatto anche di appartenenza, aggregazione, identitarismo fuori dal folclore e dal mercato. 

ODIO

Il professor Paolo Macry nega ve ne sia uno antinapoletano. Sta di fatto che ultras, parte di una sorta di santa alleanza antipartenopea – lo conferma la questura – si prendono la briga di partire da Nizza per raggiungere Milano e dar man forte ai gemellati ultras di Inter e Varese. L’obiettivo: picchiare i napoletani.

ONORE

Ne parla un ultrà del Napoli nell’audio registrato subito dopo gli scontri. Racconta dell’aggressione in danno dei tifosi del Napoli, della risposta data dai tifosi partenopei; dice “Li abbiamo lasciati a terra, ci siamo battuti con onore. Gli abbiamo lasciato prendere il cadavere. Gli interisti ci hanno applaudito”. In un mondo in cui c’è scarsità di lealtà, coraggio, appunto onore, nella vita quotidiana, nella politica, nella religione, nelle forme culturali, sono risorse che si cercano e si mettono in campo nella guerra fuori gli stadi, mancando altri luoghi del conflitto (purtroppo o per fortuna?). Altro, naturalmente, è dire se al di là di questa ricerca, certe battute di caccia, agguati, scontri, si esplichino davvero con onore e se sia giusto morire così, in un modo riconducibile ad una vera e propria guerra metropolitana.

RAZZISMO (E SENTIMENTO ANTINAPOLETANO)

C’è un razzismo verso chi ha la pelle nera, mentre torna l’antisemitismo (non era andato mai via). Qui da noi il razzismo dei buuu contro Kalidou Koulibaly e altri prima di lui (Kevin Prince Boateng, per dirne uno) si aggiunge ad odi vecchi, campanilismi. E se non esiste un odio per Napoli, di certo c’è un’antipatia diffusa, che diventa vero odio, carburante dunque, per i guerrieri delle curve. Ha però poco a che vedere col conflitto nord-sud. Napoli è invisa oggi anche a sud, nelle Puglie che si affacciano su un mare settentrionale e si sentono parte del nord, in Calabria e Sicilia, per ragioni storiche di altro tipo, nella stessa Campania (Salerno) e, addirittura, nella provincia napoletana abita un certo sentimento antinapoletano.

E perfino a Napoli, dove una certa borghesia intellettuale coltiva l’idea delle due Napoli (quella “perbene” contro quella dei lazzari). È una situazione meno semplice di come la si vuol dipingere e l’antipatia si nutre di tante cose, di invidia, sì, ma anche di risposte sbagliate che diamo, noi napoletani. Quelli intelligenti non si vergogneranno e saranno ben lieti di essere odiati per un La Capria o per il Troisi che in occasione del primo scudetto dinanzi a Gianni Minà ci donò la più bella battuta antirazzista di sempre (quella sui cori da Sud Africa), mentre un po’ di imbarazzo ce l’hanno leggendo certi articoletti vittimisti e superficiali, vedendo taluni comici (che però fanno ridere anche un bel pezzo di nord).

E di fronte ai piagnistei, allo sfoggio di buoni sentimenti, al folclorismo ruffiano, allo stereotipare per vendere (venderci), tutto, dai vicoli ai palazzoni di Scampia, di fronte agli striscioni contro De Laurentiis (in luogo del tifo compatto per la propria squadra; per un esempio agli antipodi, vedi Liverpool), alla statua abbattuta di Cialdini (ci spiace, Gigi Di Fiore, dissentiamo, Cialdini era una merda ma il revisionismo che si abbatte sui simboli è profondamente sbagliato) e, infine, di fronte ai petardi lanciati contro una bella tifoseria come quella dello Stella Rossa, in genere di fronte a tutto ciò che è il sentire mellifluo ma in fondo maligno di una certa piccola borghesia senza identità reale, che rischia oggi di avvelenare anche il popolo, che aveva i suoi Mario Merola, la sua sceneggiata e se ne è dovuto vergognare ingiustamente, di fronte a tutto questo, qualcuno che non lo era diventa anche lui un po’ antinapoletano. Sbagliando.

TRATTATIVA

Ve ne è una che nasce con lo Stato italiano. Ministri etichettati come “della malavita” sono stati Giolitti e Andreotti. In parte fu una necessità, anche gli angloamericani dovettero trattare con la mafia per liberare la Sicilia. Non si è trattato invece – ma lo avrebbero voluto Craxi, Paolo VI e Pannella – per Moro. Si trattò, a Napoli, con la camorra di Raffaele Cutolo, per Ciro Cirillo. In piccolo, è stato ministro sul campo (in tutti i sensi) anche Marek Hamsik che dialogò con Genny La Carogna. Risparmiandoci forse una strage. Ora c’è un ministro, antipatico, rozzo, xenofobo, forse inadatto anche per i suoi trascorsi curvaioli (“Senti che puzza, arrivano i napoletani”) ma che pone un tema, quello della necessità di mettere attorno a un tavolo gli ultras. Indignando. Le alternative: la ricetta Thatcher, sempre invocata (sono secoli che si dice “tolleranza zero”, è un po’ come il “contro il lavoro nero” dei primi maggi dei sindacati), forse inadatta al nostro paese; la ricetta Putin (quello che indigna i nostri progressisti, che ora però ne invocano i metodi).

VITTIMA

Le parole migliori per descrivere un orrore sono quelle, sincere, da prendere sul serio, della moglie dell’ultrà interista/varesino, militante di estrema destra, morto negli scontri: “Mio marito era solo un grande lavoratore. La casa, le due macchine di proprietà e il furgone sono il frutto del suo lavoro. Se chiedete in giro vi diranno tutti che era una brava persona”. Dimostrano che Curcio va aggiornato, perché, come si vede, la violenza non è più solo lo sfogo dei disperati senza lavoro né futuro (“venti milioni di disoccupati sono ufficialmente classificati ‘inutili’ e ‘inconvertibili’” scriveva l’ex leader delle BR, dal carcere), ma anche di mariti e padri per tanti versi normalissimi, occupati (non lo dite alla Cgil che parla di dignità del valore-lavoro). Prendere atto che un malessere, un orrore sottile pervade tutta la società italiana. La politica riformista lo ha ignorato per troppo tempo.

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