Francesca, volontaria in Togo: «La solidarietà è un valore intimo e individuale»

Dopo il rapimento di Silvia Romano, intervista a una 26enne che racconta le sue esperienze e il valore che hanno avuto per sé e per gli altri

Francesca, volontaria in Togo: «La solidarietà è un valore intimo e individuale»

Il rapimento di Silvia Romano, volontaria italiana in Kenya, ha riempito i giornali degli ultimi giorni. Si tratta di una storia che il nostro Paese ha già vissuto in passato, nel 2004 Simona Pari e Simona Torretta, due volontarie in Iraq, furono sequestrate da un gruppo di fondamentalisti islamici, e poi rilasciate dopo tre settimane di prigionia. Il caso-Romano ha sollevato molte polemiche, non solo per l’evento in sé ma anche per i commenti pubblicati dai media italiani più importanti, primo tra tutti quello di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera. Qui il suo caffè dell’altro ieri, molto contestato per contenuti e termini utilizzati; qui, invece, la replica del giorno dopo.

Noi, per capirne un po’ di più, abbiamo intervistato Francesca, 26enne volontaria siciliana che ha partecipato a due progetti di solidarietà in Togo.

Cosa spinge una ragazza italiana a intraprendere questo viaggio, a fare questa esperienza?

Era un’idea che coltivavo fin dal liceo, sono sempre stata affascinata dall’idea di andare oltre i miei confini, di conoscere nuovi posti e nuove culture. Allo stesso tempo, però, ho sempre sentito in me l’esigenza di aiutare gli altri, gli ultimi, i più poveri. Quando ho conosciuto una ragazza che aveva deciso di fare questa esperienza in Africa, ho preso il coraggio a due mani e ho deciso di partire.

NDR: Francesca è italiana ma ha vissuto in tanti paesi nel mondo, in Asia e in Europa. Oggi frequenta l’università bilingue, italiano e francese, tra Bologna e Parigi.

Come ci si prepara al viaggio? Qual è l’iter burocratico e formativo?

La mia associazione è più piccola rispetto alle più famose Save the Children e simili, ed opera in diversi paesi dell’Africa. Ho scelto il Togo anche per una questione di stabilità politica, rispetto ad altre nazioni – ad esempio lo stesso Kenya o il Burkina Faso – la situazione è decisamente più tranquilla. Prima di partire, ho partecipato a riunioni tecniche per mettere a punto i dettagli del viaggio, ad esempio visto e vaccinazioni. Non c’è stata una grossa formazione sugli aspetti fattivi della nostra esperienza, più che altro ci hanno dato dei consigli.

Sono partita quando era ancora in corso l’emergenza-Ebola, per dire. Nel mio caso, il viaggio è stato a carico dei volontari, mentre il vitto e l’alloggio era messo a disposizione dall’associazione. Per il volo e il visto di ingresso in Togo, ho pagato circa 1200 euro. Siamo arrivati all’aeroporto di Lomé, la capitale, e dopo ci siamo spostati con un pulmino. Per arrivare al nostro villaggio, abbiamo impiegato due-tre ore.

In cosa consiste il lavoro di volontariato?

Io sono stata lì per due anni di fila, e ho fatto esperienze diverse. Mi sono occupata dei bambini, organizzando un vero e proprio campo estivo, tra attività materiali, sportive ed artistiche. Poi anche ad altri progetti, ad esempio l’inventario della prima biblioteca del villaggio, insieme alla formazione di colui che sarebbe diventato il bibliotecario. E che ovviamente non aveva mai visto un libro in vita sua. Con i bambini e con le persone che vivevano nel villaggio, mi esprimevo in francese, c’erano dei bambini che vivevano all’interno di questo nostro spazio ed altri che arrivavano da un orfanotrofio poco lontano.

Qual è il tuo ricordo di questa esperienza?

Parlo a titolo puramente personale, ma io credo che si tratti di tre settimane che cambiano completamente la tua vita perché dopo percepisci le cose e le situazioni in maniera diversa. Noi ci siamo messi alla pari con i bambini e le persone povere del nostro villaggio, avevamo anche noi delle privazioni, potevamo usare il telefono ma non c’era campo, l’acqua non era corrente, a volte mi sono lavata con l’acqua piovana in attesa che le donne del posto andassero al fiume a fare scorta.

Mi sono sempre sentita una persona generosa, ma solo dopo quest’esperienza puoi capire pienamente il valore della solidarietà, soprattutto della condivisione. Questo per me è stato l’aspetto fondamentale, mi sono ritrovata a contatto con bambini che non avevano nulla ma che offrivano il loro biscotto o pezzo di pane a noi e ai loro familiari, sempre. Inizialmente mi avevano consigliato di non accettare cibo o acqua offerti da loro, per motivi igienici, ma poi questa situazione di prossimità e di vicinanza ti porta a dimenticare certe raccomandazioni.

Una scuola di volontari in Togo

Io mi sono sentita appagata rispetto alla mia indole, ho voluto ripetere l’esperienza per due volte di seguito perché mi sono davvero trovata bene. È una sensazione che forse può essere giudicata un po’ retorica dagli altri, però io in Togo mi alzavo la mattina e sentivo di essere utile a qualcuno, per qualcosa. La solidarietà attiva, sul posto, per me è come quando un cantante fa un’esibizione live: rispetto ad un’incisione in studio, sente ciò che sta avvenendo intorno a sé, ha la percezione diretta di quanto movimento stia creando con la sua musica. Ecco, io sentivo intorno a me che le cose nascevano anche grazie al mio contributo. In questo modo, almeno per quanto mi riguarda, ho incontrato una felicità che non avevo mai provato. Che mi è mancata quando sono ritornata a casa, e che ho voluto riassaporare un anno dopo. Non prima, però, di aver adottato un bambino a distanza.

Un’opinione sul caso-Romano:

Partiamo dal fatto che la sua situazione è leggermente diversa rispetto alla mia, come detto il Togo era ed è un paese più tranquillo dal punto di vista puramente politico. Eppure ho dovuto fare attenzione ad alcune cose, ad esempio uscire da sola la sera era praticamente impossibile, intorno al villaggio non c’era niente ed era buio pesto, io ritenevo pericoloso il solo pensiero. Credo che i pericoli, in certe zone e in certi paesi, siano inevitabili, non posso credere che Silvia Romano sia stata ingenua o imprudente, anzi la mia esperienza mi porta a credere che avrà ricevuto una formazione adeguata alla sua condizione. Ma questo non vuol dire essere al sicuro, e resto sempre un po’ allibita quando leggo che la colpa possa essere attribuita alle vittime, anche solo in minima parte.

La differenza tra il volontariato in Italia e in Africa

Ecco, questa è una cosa che a me fa incazzare come una iena. È una cosa che mi hanno chiesto in tanti, anche persone con cui ho legami molto stretti. Posso capirli, o meglio: posso anche comprendere chi mi dice “perché non sei andata alla Caritas sotto casa tua a fare questa esperienza?”. Solo che magari queste persone non sanno di cosa parlano, io personalmente mi sento di dire che questa esperienza è una scelta che ogni volontario fa primariamente per sé, un sé che vuole aiutare gli altri e anche allargare i propri confini.

È una sorta di vocazione che secondo me non può esprimersi al meglio con le comodità di casa a portata di mano, che quando finisci il tuo turno di ascolto o servizio in mensa torni dai tuoi affetti ed è tutto come prima. La privazione ti fa comprendere il valore delle cose che hai, e allora vivi in maniera diversa il resto della tua vita. Ogni storia è a sé, per questo credo che ogni persona dia un valore individuale, proprio e intimo alla solidarietà. Il mio è riuscito ad esprimersi in Africa, e poi mi ha portato ad avviare la stessa attività anche in Italia. Ho voluto conoscere la povertà da vicino, e ora sono decisamente più ricca.

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