De Angelis racconta Castel Volturno à la Kusturica (ma col cattolicesimo)

“Il vizio della speranza” è un film crudo, potente, non a caso solo con donne. Racconta la miseria di Castel Volturno, ma con un finale politico

De Angelis racconta Castel Volturno à la Kusturica (ma col cattolicesimo)

“Il vizio della speranza”

“Ti è venuta questa stronzata della speranza”

Addirittura Kusturica nel titolo. È impegnativo, lo sappiamo. “Il vizio della speranza” è un film vero. Anche se ci sarebbe da dividersi e accapigliarsi sul finale che il regista a fine proiezione al Modernissimo (nemmeno alle presentazioni lasciano scorrere i titoli di coda senza accendere le luci) ha spiegato con un intento politico: provare a cambiare la propria vita senza cambiare luogo. Un finale peraltro spiegato nel titolo: un vizio, appunto.

Edoardo De Angelis sforna un’altra opera potente – come lo fu Indivisibili, probabilmente più di Indivisibili – e l’ambienta ancora una volta a Castel Volturno. Che è sempre più meta di registi – anche Garrone l’ha eletta a terra d’ispirazione. Ma De Angelis si addentra, ci conduce per mano in quell’habitat, si muove come se fosse casa sua.

Marina Confalone

I maschi non ci sono

De Angelis firma un grande film. Sbatte in faccia allo spettatore un mondo che vorremmo non fosse a mezz’ora di macchina da noi. Degrado, sfruttamento, prostituzione, tratta di bambini. Dove gli uomini non esistono. È un film crudo, per cuori forti, e quindi per donne. Sono tutte donne: le cattive, le vittime, le pentite, le ignave, le traditrici, le nere, le bianche. L’uomo, il maschio, è l’unico che alla fine prega, che di fronte a un’impresa più grande di lui si affida al Signore. È un film che si svolge sul fiume. Dove raramente c’è il sole. Piove quasi sempre.

Pehran il giovane protagonista di “Il Tempo di gitani” – Kusturica, premio miglior regia a Cannes nel 1989 – aveva un tacchino con sé. E anche lì ci sono un fiume, la tratta dei bambini, la miseria, una adolescente zoppa, un mondo che il regista di Sarajevo ci ha magnificamente descritto.

Qui Maria – la protagonista – ha come ombra un pitbull femmina. Che la accompagna mentre vende i bambini ancora in grembo di donne, prostitute quasi sempre nere. Le traghetta di notte, col freddo, con la pioggia. Le porta in una baracca fredda e umida, dove c’è un kapò – donna, calva – dotata di manganello elettrico. E prende ordini dal boss – donna, si chiama zi’ Maria – Marina Confalone che per sopravvivere a quella vita di merda (non c’è altro termine) si fa di eroina. E torna a casa dove trova altre due donne: la sorella e la madre (Cristina Donadio) che non s’accorge di nulla, che per alzarsi il mattino dopo prova a immergersi nella vasca da bagno e a non pensarci.

È la loro vita. È la vita di quel mondo. Che però è collegato al nostro di mondo, perché quelle donne – che lei traghetta al nono mese di gravidanza – partoriranno e quei figli sono già stati venduti a famiglie che li desiderano. L’altra faccia de La historia official. Quelli erano figli sottratti dalla dittatura argentina. Questi sono figli sottratti per miseria, non per idee politiche. Ma c’entra sempre il volto presentabile della società anche se De Angelis non lo mostra (perché non c’entra col suo film).

Maria non si spoglia mai, nemmeno quando fotte (per dirla alla Marina Confalone). Resta incinta. Non si sa di chi. Gli uomini non esistono. Tranne uno. E qui a Maria viene in testa “questa stronzata della speranza” (sempre Confalone), anche se sa che partorire potrebbe costarle la vita: anni prima, fu violentata e le conseguenze sono rimaste nel suo corpo. E qui c’è la divaricazione con Kusturica. Al racconto, alla descrizione, al disvelamento di un mondo che scorre, subentra la speranza, la fiducia, la politica dell’ottimismo. E il concetto di autodeterminazione, come lo definisce De Angelis che ha scritto il film con Umberto Contarello.

Bravissime le attrici, tutte e tre: Pina Turco (nella vita la moglie di De Angelis), Marina Confalone, Cristina Donadio. L’unico maschio è Massimiliano Rossi molto bravo anche lui. Un’altra frase cult, affidata sempre a Marina Confalone è: “Vi è venuta questa fissazione della libertà, è così bella la schiavitù: ha regole precise, i premi, le punizioni”. Per gli appassionati delle citazioni cinefile, c’è il giro sulla giostra de “I quattrocento colpi” la giostra della forza centrifuga. Soprattutto, De Angelis ci ha ricordato Kusturica nel racconto della sua terra. E, come Kusturica, si è appoggiato a una grande colonna sonora: Emir aveva Goran Bregovic, lui ha Enzo Avitabile con cui aveva già lavorato in “Indivisibili”.

La differenza è che in Kusturica, nel finale, non c’è traccia di speranza, non ci sono tracce di cattolicesimo. C’è una fotografia spietata dell’esistente.

La speranza è pure nella frase in esergo del film: “anche la speranza è un vizio che nessuno riesce mai a togliersi completamente” di Giorgio Scerbanenco. “Il vizio della speranza” sarà in sala da dopodomani 22 novembre.

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