La nonchalance con cui Ancelotti ha tolto la coperta di Linus a Insigne

Ha sottratto Lorenzo alla sua zolla, lo ha travestito da Mancini, ha eliminato i tiri a giro e alla fine lo ha baciato per ringraziarlo mentre dovrebbe avvenire il contrario

La nonchalance con cui Ancelotti ha tolto la coperta di Linus a Insigne

Più che calmo, enigmatico

Carlo Ancelotti è non soltanto un leader calmo, è anche un leader enigmatico. Enigmatico pur trincerandosi dietro l’apparente schiettezza. Per dirla alla Totò con Peppino De Filippo, sembra che dica tutto mentre in realtà non dice niente. Non è proprio così, ma è anche così. A fine gara ti spiega la partita, è rapidissimo nel giro dei media: sembra che parli tanto, in realtà fila via. Ti lascia la sensazione di averti descritto tutto, poi ci ripensi e non è affatto così.

Come a proposito di Insigne e del cambiamento tattico: il 4-4-2 asimmetrico. Non te lo pone mai come un cambiamento importante, men che mai definitivo. Addirittura si diverte a dire che l’hanno provato venti minuti in allenamento. Vien da dire che è venuto benissimo. Non a caso l’abbiamo ribattezzato tenente Colombo. Sembra che tutto avvenga per caso. Del resto non sono pochi i tifosi del Napoli che col pensiero sono in linea con le critiche che via abbiamo riportato di Gazzetta e Corriere della Sera. È la sindrome di Stoccolma che attanaglia Napoli, o quantomeno un segmento di Napoli.

Ma stavolta proviamo a sorvolare sull’assurdo clima che c’è in città attorno a questo Napoli. Perché la mossa di ieri sera di spostare Insigne sulla destra dell’attacco, in realtà sull’intero fronte d’attacco, è qualcosa che meriterebbe un lungo approfondimento. Una mossa da grande intenditore di calcio, quale ovviamente è un signore che ha girato l’Europa del lusso calcistico e ha vinto ovunque: da Parigi a Madrid, da Londra a Monaco di Baviera.

Un nuovo Roberto Mancini

Ancelotti ha certamente notato sin da subito – forse lo sapeva già – la quantità di tiri che Insigne effettua ogni partita. Tanti, troppi se consideriamo la capacità realizzativa del calciatore, almeno nella scorsa stagione. Perché due anni fa Lorenzo segnò ben venti gol. L’allenatore ha probabilmente avuto in mente sin da subito l’idea di farlo traslocare. O comunque di offrirgli la possibilità di vedere il campo, e quindi il mondo, da un’altra visuale. Ma ha dovuto aspettare il momento giusto per fare il primo passo. Chissà che l’idea non sia stata da subito quella di trasformare Insigne in un nuovo Roberto Mancini. E sì, perché l’attuale ct della Nazionale è stato un grande calciatore, per certi versi incompreso. Uno di quelli che tecnicamente non aveva niente da invidiare a nessuno. Che nel 4-4-2 ci sguazzava, giostrando alle spalle e in tandem con Gianluca Vialli ai tempi della Sampdoria di Boskov. Uno che sapeva segnare, eccome. E sapeva ovviamente mandare in gol i suoi compagni.

Roberto Mancini

Insigne, contro la Fiorentina, lo ha per certi versi ricordato. Ha spaziato lungo il fronte d’attacco. Ha mostrato un ottimo tempismo e soprattutto la capacità di farsi trovare pronto. Come scritto ieri, è il calciatore del Napoli che ha tirato di più in porta. Gli capita spesso. Era la prima volta, quindi è naturale che fino al gol fosse meno in fiducia. Probabilmente se gli capitasse oggi la palla che Zielinski gli ha offerto nel primo tempo, la depositerebbe in rete, avrebbe anche il sangue freddo di stopparla come sa fare lui.

Ha ricordato terribilmente Mancini in un pezzo che nel suo repertorio di fatto non esiste: il colpo di testa. Il ct della Nazionale non era un gigante ma di testa sapeva segnare. Aveva il senso del tempo. Ha avuto anche un paio di spunti da attaccante puro, entrambi nel secondo tempo: il tiro sull’esterno della rete dopo essersi liberato in area, e il gol.

Ha sottratto Insigne alla sua comfort zone

Ancelotti è riuscito in un’operazione che non possiamo non definire gigantesca: ha sottratto Insigne alla sua zolla, alla sua comfort zone. È come aver tolto la coperta a Linus. E lo ha fatto con semplicità, come se fosse la cosa più naturale del mondo. È riuscito a fargli giocare novantacinque minuti lontano dal suo recinto – vi è tornato, ovviamente, nel corso del match – e senza tiri a giro. Ha calciato dieci volte, Lorenzo, ma nessun tiro a giro. E alla fine gli ha dato il bacio in testa. Come se fosse stato Insigne a fare un favore a lui. E invece la storia è che è stato Ancelotti a spalancare le porte di una vita nuova a Insigne. Ad aprirgli un’autostrada di cui lui non conosceva nemmeno l’esistenza. Potrebbe aiutarlo, in questo processo, l’adrenalina del gol. Che – Mertens docet – ti cambia la vita: dopo, indietro non vuoi più tornare.

E mentre sui social siamo purtroppo costretti a imbatterci in osservazioni lunari sul gioco del Napoli, abbiamo assistito a uno stravolgimento senza essercene nemmeno accorti. Qualcuno ha ricordato che un gol simile Insigne lo segnò anche col Pescara di Zeman, contro il Sassuolo. E ben venga. Vuol dire che lo sa fare. Anche se il gol non è proprio uguale. Qui c’è il controllo col sinistro e l’anticipo sul difensore.

In quattro giornate, Ancelotti ha fatto scoprire che la rosa del Napoli non è corta e ha mostrato al più tatticamente ingabbiato dei nostri calciatori che un altro mondo è sempre possibile. E lo ha fatto senza gridare. Senza proclami. Mentre intorno è un sovrapporsi di giudizi non sempre lusinghieri (eufemismo) sull’allenatore più vincente che si sia mai seduto sulla nostra panchina. Sarebbe un fenomeno da raccontare. Lui, il tenente Colombo, continua a fare finta di niente. Bacia in testa Insigne e lo ringrazia, pur sapendo che dovrebbe avvenire il contrario. Sembra una delle 101 storie Zen.

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