Un tedesco, un afgano e un napoletano il giorno della Germania eliminata

A Copenaghen, in ufficio, il giorno in cui i tedeschi vengono battuti dalla Corea del Sud. I Mondiali di calcio ci fanno sentire vivi

Un tedesco, un afgano e un napoletano il giorno della Germania eliminata

A Copenaghen

In ufficio, a Copenaghen, giungono urla dal terzo piano. Mi vibra il cellulare: Kim Young-Gwon ha appena depositato il pallone nella porta di Neuer. La Germania è fuori dai Mondiali. Vedo il mio collega A. muoversi impaziente sulla sedia mentre, avendo terminato ormai da qualche giorno il Ramadan, scarta e succhia una caramella.

“A., da dove vieni tu?”

“Afghanistan”

“E qual è il vostro sport nazionale?”

“La guerra”

Ci accasciamo a ridere di gusto, fin quasi alle lacrime. Lui si avvinghia ad un bracciolo mentre serra le palpebre per sostenere l’impeto delle risate.

Ha segnato la Corea

“Ha segnato la Corea” gli confido sottovoce. “Lo so” mi conferma con uno sguardo che lascia presagire qualcosa.

Si alza in piedi e si avvia, a pochi metri, verso il collega tedesco. “D., tu segui il calcio?” D., tedesco della Foresta Nera, finge di fissare il suo monitor e non risponde. Poi si allontana di scatto dalla scrivania, fissa nel vuoto e borbotta: “La Corea del Sud. Dove si trova la Corea del Sud?…”

Le risate di A. ora risuonano ancora più acute e mentre si allontana lungo il corridoio D. si abbandona al consueto “Cambieremo allenatore!”.

Non esiste nulla forte a tal punto da contenerci in un ordine prestabilito. Esiste solo il gioco ed il suo scandire le nostre ore mentre cede volentieri all’amore per la sovversione. Sono i Mondiali e noi ci sentiamo vivi e grati per esserci stati.

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