Benatia ci spiega che la Juventus è la cultura del posto fisso

La frase «qui Higuain segna di meno ma vince di più” è rivelatore di che cosa rappresenti il club bianconero in Italia: un approdo sicuro. Al contrario del Napoli di Sarri dove ci si sperimenta

Benatia ci spiega che la Juventus è la cultura del posto fisso

La rivelazione di Benatia

Interessante l’intervista di Benatia di qualche giorno fa. Quasi una epifania sull’attuale significato dell’essere un giocatore della Juventus. Confessa in piena sincerità, parlando in difesa di Higuain: “Alla Juve fa 20 gol ma può vincere i titoli, a Napoli ha segnato 36 gol ma non ha vinto nulla”. Ora, per chi scrive, il problema relativo alla perdita affettiva del calciatore argentino non è mai esistito, dal giorno in cui il Pipita ha legittimamente scelto di indossare la maglia bianconera. Ma mi intriga molto questo taglio opportunistico ed originale dato alla propria frase dal centrocampista marocchino. Non conta il numero di reti siglate, non conta neppure il peso specifico della punta sudamericana nell’economia del calcio della Juventus – una squadra che vinceva in quantità e qualità in modo identico ancor prima che Higuain mettesse piede nello spogliatoio bianconero. Conta l’essere approdato in un lido vincente, dunque rassicurante.

Un ufficio di collocamento per anime in pena

Mi colpisce perché se ne trae l’impressione che la Juventus sia diventata una sorta di ufficio di collocamento per anime in pena alla ricerca di una conferma. Un chiaro specchio dell’Italia che ambisce al posto fisso in un mondo che vortica a duemila all’ora verso tutt’altri lidi. Se ne trae un quadro nuovo, in cui la Signora risulta essere potente ma tutto sommato anche vecchia, nel continente. E questo, più delle, tutto sommato, fasulle polemiche sulla qualità del gioco di Allegri, risulta essere il vero dato culturale della squadra più forte d’Italia. Un luogo fatto per dimenticare le proprie fatiche, le sfide cui si è chiamati a rispondere come uomini di sport, come calciatori. La Juventus è una rendita di posizione, concede ristoro perché vince, acquieta gli animi, dona illusorie sicurezze alle proprie capacità reali messe in discussione dalla vita del campo – dalle finali perse, dai rigori falliti, dalle prove disattese.

Il Napoli di Sarri ne è l’opposto

Se fossi il responsabile della comunicazione del Napoli – se fossi colui che ne costruisce la narrazione, per usare un termine molto in voga al momento – sfrutterei a fondo questo canale comunicativo. Perché lo ritengo reale, profondamente distintivo del carattere della squadra di Sarri. Una compagine fatta di uomini che debbono adattarsi alle necessità, ai legamenti spezzati, alle finanze meno solide, e trasformarle in concrete virtù – nei piedi dei piccoletti riscopertisi centravanti, o dei difensori centrali cresciuti e divenuti uomini.

È una sfida allo status quo

Il Napoli di Sarri è un grande esperimento. Forse destinato a vincere, forse destinato a fallire. Non si tratta di seguire la bellezza, come dice il (finalmente) opportuno ma non sincero allenatore. Il Napoli prova a vincere con ciò che esiste, con la materia che ci è data dal tempo presente. Non è un porto sicuro, anzi è una sfida costante allo status quo. È una squadra che ha cercato di imbastardirsi nel gioco, come ha giustamente osservato Bacconi, pur di seguire la dea Vittoria. È uno spogliatoio dove si entra esclusivamente staccando il biglietto che ci rende rilevanti, che ci obbliga a fare una differenza. Napoli non è una terra dove si riesca con banale facilità, non è un bastione cui ci si unisce per acquistare lo status di vincente. Dalle nostre parti si deve lavorare sodo per inserire un mattone nel possibile muro che si prova a costruire assieme, non si attende che passi un maggiordomo a servirci il Barolo d’annata.

Benatia ha ragione. Higuain non deve più preoccuparsi. Segna poco ma vince. Ed è questo, tutto sommato, ciò di cui egli andava in piena coscienza alla ricerca. Un luogo che gli concedesse una identità, che gli sottraesse lo specchio in cui riflettersi, che gli permettesse di perdere le finali che contano rimanendo primo. Il Ciuccio è un animale diverso: scalcia, prova, fallisce, ma a volte vince. Una sola volta, spesso, in un trentennio o più. Ma sempre e solo rispettando l’epica dello sport.

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