Non c’è un complotto, c’è un sistema di potere che il Napoli non sa costruire

Non c’è un complotto, c’è un sistema di potere che il Napoli non sa costruire

“Anche i paranoici hanno nemici veri”

Caro Massimiliano, lo ha detto domenica, mentre entravamo allo stadio, anche il fratello di tribuna Nisida Claudio Botti, sì l’uomo del “Te Diegum.” Proprio quando il respiro ci mancava per aver salito le scale malefiche verso fila 24, laddove il nostro abbonamento ci vede seduti, mi fa: “Che poi continuiamo tutti a dire che noi non vinciamo perché c’è il potere della Juve, il complotto, il potere degli arbitri. Io mi sono stancato di pensare in questi termini”.

Ora Botti è eterosessuale e avrebbe gradito poco un bacio mio. Ma io questo volevo fare, abbracciarlo, baciarlo. Perché è ora di venire fuori da questo delirio paranoico. Attenzione, diceva Andy Grove, il fondatore della Intel, che “anche i paranoici hanno nemici veri”. E con questo si vuol dire che la politica e il gioco dei poteri del calcio esistono, ma che più li guardi con gli occhi del complotto, più non ne capisci i movimenti. Insomma l’importante è non delirare, qui invece domenica alla fine del primo tempo, io stesso pensavo all’arbitro Banti come a un criminale terrorista. Per dire che il primo meritevole di un TSO credo di essere io (almeno durante la partita, quando emerge l’ultrà che è in me).

Non esiste nessuna Spectre bianconera

Fratelli di tifo azzurro, non esiste nessuna Spectre Bianconera – per i giovani – Esistono i telefoni cellulari, che servono per chiamare, durante tutta la settimana i giornalisti delle redazioni per realizzare il noto “massaggio elettronico”, come fanno da Torino, e proporre spunti, idee, polemiche, fatti opportunamente zuccherati – ma questo, attenzione, è il mestiere necessario e fondamentale di ogni ufficio di pubbliche relazioni di una grande azienda.

Esistono tante altre cose

Ma per esistere, esistono tante cose e tutti le vediamo: le conduttrici e “le mogli di”; gli intellettuali bianconeri che dai social e dai giornali sui quali scrivono martellano in una sola direzione, senza disdegnare un linguaggio da cesso d’autostrada (cfr. Sandro Veronesi); esistono arbitri furbacchioni e carrieristi (non tutti); esistono poteri che mettono gli uomini e le donne giuste negli organismi internazionali. Esistono presidenti del Coni che alla domanda se si debba pensare a Gigi Buffon come un dirigente dello sport italiano hanno improvvise dimenticanze. Esiste il pregiudizio dei minus habens del giornalismo che quando parlano di De Laurentis pensano ai film di Natale, come se loro fossero tutti cresciuti a brioche e Bunuel. Esistono club con centinaia di tesserati e con profonde relazioni nel calcio mercato; esistono gli squadristi social che fanno petizioni e lanciano insulti contro questo o quel giornalista, e gli editorialisti del Corsera che li appoggiano sbeffeggiando il giornalista (che stile, ragazzi, il signor Battista).

È un campo di distorsione della realtà

Direte: e allora che vuoi? Ti decidi a dire una cosa sensata? E ve la sto scrivendo, la cosa sensata. Tutto questo è un mondo, che è molto di più di un complotto. È una cultura. È un “campo di distorsione della realtà”. Di questo concetto parlano i biografi di Steve Jobs. Un personaggio che aveva il potere di far cambiare idee alle persone e di dare nuovi significati ai “fatti”. È – forziamo un po’ – il contesto o la “metafora” di George Lakoff, per cui in politica e nella comunicazione vince chi riesce a far discutere i suoi avversari nella cornice di fatti da lui costruita. Combattimi pure, ma nella rappresentazione del mondo e con le regole che io ho costruito.

Manca una cultura della comunicazione

Dice, ma la società che fa? E volete che a tutto questo ben di Dio risponda la società? Quella, poveretta, continua a prendere quattro ai corsi di comunicazione perché nel Napoli c’è un uomo solo al comando e anche gli ottimi professionisti che ci lavorano finiscono stritolati e si ritrovano ad aprire la portiera dell’auto al calciatore (video Sky sull’arrivo di Younes a Villa Stuart).

Ma quello che attorno al Napoli manca è una cultura che si faccia amare non per i soli meriti della città, ma come “culto sportivo”.

La cultura sportiva e tifosa da noi si chiude nel vittimismo, perché non ha cultura della comunicazione (quella che hanno i petizionisti anti Alvino, per dire), non capisce che bisogna convincere e smuovere gli altri, non irritarli. Se da noi si vede la “moglie di” essere faziosa in tv al di là di ogni decenza, noi ci incazziamo e ci diamo all’invettiva. E invece dovremmo porre una questione deontologica e culturale alla stazione televisiva che le dà il lavoro e interrogarli secondo il loro codice e i loro linguaggi.

Obiettivi piccoli, alla portata, ma che segnino avanzamenti di una casella. Una per volta. Per esempio, non protestare contro “Sky ecc ecc” come il fesso di domenica scorsa al San Paolo, autore di un episodio di squallida aggressione verbale. Ma: signori di Sky perché tutte le maggiori squadre hanno un cronista tifoso e il Napoli no? In fondo anche noi paghiamo. O ancora: perché ci descrivete sempre come i nuovi arrivati, quando siamo qui da dieci anni?

Dalla napoletanità al napolismo

Si tratta di passare dalla napoletanità al “napolismo”. All’opinionismo napoletano. A una Napoli che non parli in dialetto, che non sia rappresentata, quando poi nei media nazionali ci va, da giornalisti pazzarielli, che fanno il gioco di chi ci guarda e sorride condiscendente  e confermano il pregiudizio di una città chiusa nei suoi stereotipi. E ci sono pazzarielli giovani e simpatici. Segnalo gli interventi di Federico Geremicca alla DS come esempio di opinionismo serio e per niente pazzariellesco.

Dobbiamo produrre una cultura dove ci sia posto per tutti, anche per i non napoletani. Dobbiamo piacere, al di là della pizza e del sole. Che sulla panchina del Napoli ci sia Sarri (Dio ce lo conservi) o chiunque altro. Noi siamo il Napoli, tutto il resto, presidenti compresi, passa.

p.s.

Caro Massimiliano, scusa l’ho fatta troppo lunga. Ma c’è un chiarimento importante da aggiungere: il discorso qui fatto non sarebbe completo senza una analisi del “papponismo”. Ma quella è oncologia culturale: ci vorrebbe un libro.

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