Verdi preferito a Deulofeu: la provincializzazione del Napoli c’è stata, anche se siamo primi

Gli stadi vuoti per la Champions, l’inseguimento a fenomeni inesplosi. È stato fatto un grande lavoro, ma basta con la falsa spocchia del pensiero autarchico

Verdi preferito a Deulofeu: la provincializzazione del Napoli c’è stata, anche se siamo primi

L’era Sarri-Giuntoli

Quando si parla di provincializzazione, in Italia, non si va generalmente da nessuna parte. Per confermare la regola, anche quando lo si fece per il Napoli, tre anni fa all’inizio dell’era Sarri/Giuntoli, ci si perse nelle solite lotte intestine tra bande, tipiche delle nostre parti, rimanendo al palo della consueta divisione puramente di facciata tra chi difende i cocktail ai baretti con la puzza sotto al naso e chi rivendica la genuina superiorità della pasta e fagioli sulla pizza gourmet. In realtà la chiave di lettura l’aveva data bene Troisi, molti anni fa e in grandissimo anticipo: se usciamo fuori dai nostri confini cittadini, su Napoli esiste uno scarso interesse. Pochissimi sanno chi siamo, nessuno percepisce come interessanti le questioni che noi consideriamo pregnanti e di vitale importanza. Insomma, nessuno ci ritiene speciali e, ad esserne consci, si fanno ottimi film, e a volte si vincono pure i campionati.

Gli stadi vuoti per la Champions

La cattiva notizia è che la provincializzazione del Napoli c’è stata. La buona è che non ci ha ammazzati, ma ci tiene al momento primi in classifica, nonostante qualche acciacco. La provincializzazione è nella scelta, possibile ma quantomeno astrusa, di privilegiare la pista di un venticinquenne intimorito che palleggia con Destro piuttosto che quella di un ventitreenne più convinto che si allena con Messi, perché il primo è più noto al tecnico e “funzionale” al suo gioco – uno di quei termini sufficientemente oscuri da potersi spendere su tutto.

È negli stadi vuoti per gli incontri di Champions League, snobbati con la classica arroganza bigotta delle nostre parti, che mi inducono a immaginare di acquistare il biglietto per Lipsia col rischio di rivedere in campo undici giocatori assemblati in breve in nome di un turnover scriteriato che faccia da “materasso” – mettendo al riparo da polemiche, qualunque sia il risultato. È negli inseguimenti di calciatori desiderati, corteggiati, fenomeni inesplosi ed ininfluenti (la rivolta per Soriano, o la breve parentesi di Valdifiori), nei giorni in cui Mascherano ha ricordato di quando fu tentato seriamente dal Napoli (Mascherano, ripeto, Mascherano). È nella annuale attesa della partita contro la Juventus come fosse la cresima dello straccione che entra nel mondo dei civili, l’assalto al palazzo, i ricordi dei ricordi, le vedovanze mai sopite e poi i soliti postpartita nevrotici.

L’anno solare

Abbiamo perso tempo e risorse discutendo roba che non ha neanche il fascino sottile del folklore – la tuta, la sigaretta, il possesso palla – cadendo come polli nelle frasi di circostanza di Guardiola e nel Truman Show della partita contro il City come mecca del calcio globale, finendo col perdere quattro volte su sei dove conta. Abbiamo ristretto tutti gli orizzonti, sempre più contorti e raggomitolati su noi stessi a immaginare le rivoluzioni della fantasia che vincono sul cinismo del mondo che bada solo ai risultati. Ci siamo inventati i record di punti nell’anno solare. Poi ci si chiede: quanti sono i giocatori che negli ultimi tre anni il Napoli ha comprato e lanciato? Quali sono i profili nuovi, continentali, che sono stati formati, da zero, in questa sconvolgimento culturale e sportivo? Forse vale la pena chiederselo.

L’impopolarità, che cosa sana

Allora, caro Napoli, diamoci una regolata. E calibriamo lo slancio che ci serve, l’orizzonte cui dobbiamo tendere. Per vincere e non farsi trovare impreparati dall’avvento della vittoria, per valorizzare nella giusta luce l’indubbio lavoro fatto, il primato difeso, il potere generato e finora gestito. Dopo aver finalmente appreso che Sarri si interessa anche di calciomercato, aspettiamo da lui uno spunto colorito, dei suoi, da destinare al piccolo Verdi che aspetta la fine delle ferie per trattare, con un gesto che, seppure legittimo, assomiglia molto da vicino ad un certo fare da bamboccioni, per dirla con la frase di un ministro di scarso appeal mediatico (l’impopolarità, che cosa sana).

Puntiamo alla luna e, se ci bruciamo, pazienza. Ma senza la falsa spocchia del pensiero autarchico, del corto respiro. In campo, per uno scontro ad eliminazione diretta, mandiamoci il meglio, sempre. E il meglio cerchiamolo, ad ogni costo, dentro e fuori il mercato. E se alla fine i conti non tornano, almeno, caro Napoli, avrai contribuito a creare un po’ di acquolina in bocca, un po’ di fame di altro in una città che parla sempre e solo di se stessa.

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