Per la Gazzetta il turnover si fa solo in Italia e ci fa perdere

Per la Gazzetta il turnover si fa solo in Italia e ci fa perdere

È la settimana del turnover. Tornano le coppe, quindi ritorna in auge l’infinita discussione sulle rotazioni degli allenatori, sulla scelta di alternare i calciatori in campo per far fronte ai molti impegni interni ed europei. L’Italia è un po’ la nazione capofila di questa pratica, lo dice e lo scrive pure la Gazzetta dello Sport. In un’analisi di Luca Bianchin, si sottolinea come solo i club nostrani riescano a rinunciare ai loro migliori calciatori con leggerezza e disinvoltura.

Ecco i dati: Higuain ha saltato, per turnover, il 21% delle partite stagionali (27 match da titolare, 2 mancate convocazioni per turnover e 5 panchine). Percentuali più basse per gli juventini Dybala e Pogba, ma qui c’entrano gli infortuni che hanno letteralmente funestato la rosa di Allegri dall’inizio della stagione: 11% di gare saltate dall’argentino (7 panchine per scelta tecnica, 4 per turnover) e 6% dal francese (2 panchine per turnover e una squalifica). La situazione degli altri top player europei è completamente diversa, e qui Bianchin richiama la vecchia clausola “love of the grame” inserita nel contratto di Michael Jordan con i Chicago Bulls. Air era sempre in campo, un po’ come Messi e Cristiano Ronaldo: i fuoriclasse di Barça e Real hanno saltato, rispettivamente, un totale del 3% e del 5%. Una vera e propria inezia, considerando anche i numerosi impegni in più degli azulgrana, che hanno affrontato in questa stagione anche le supercoppe europee e spagnola e Mondiale per Club.

Idem per gli altri calciatori al top europeo: 5% per Aguero, 6% per Lewandowski, 9% per il Pistolero Suarez. Come dire: l’Italia è un unicum, e quasi viene da chiedersi se questo tipo di pratica non ci porti a perdere partite decisive in coppe e campionato. O anche il perché di questa necessità. Bianchin lo racconta così: «Il turnover, mostro nato negli anni Novanta, torna ogni tanto a farsi vedere. […] In Italia, il turnover è spiegato come necessità anti-infortuni e anti-polemiche di spogliatoio. Negli altri Paesi evidentemente sono tutti più tranquilli, le riserve accettano la panchina a oltranza e i big non si fanno quasi mai male. I nostri allenatori invece in Europa League tendono sempre a cambiare, ricadendo in vecchi problemi: non snobbiamo la seconda coppa come qualche anno fa, ma lasciamo spazi ai rimpianti. Come sarebbe andata a Vila-real col Pipita?».

La domanda, ovviamente, nasce da una considerazione condivisibile e documentata (vecchi articoli della stessa Gazzetta, ovviamente i risultati, persino un titolo su Sarri allenatore del Pescara nel 2005 e già “maniaco” del turnover), ma rimanda a un vecchio interrogativo: il campionato italiano è davvero, ancora, il più difficile? Se i nostri allenatori continuano a praticare il turnover nonostante risultati europei pessimi rispetto al passato, sono davvero così stupidi o la maggior competitività, sulla singola partita, nel nostro campionato (il Bologna e il Sassuolo, ad esempio, ha tolto punti ad entrambe le capoliste), incide ancora? Bianchin conclude il suo pezzo dicendo che «il turnover va bene, ma qui si dedcidono le stagioni. Non esageriamo». Giusto. Noi rilanciamo: e se l’esagerazione, poi, fosse davvero necessaria?

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