Il calcio europeo è spaventato dalla pioggia di soldi sulla Premier League

Il calcio europeo è spaventato dalla pioggia di soldi sulla Premier League

Siamo forse giunti ad una possibile svolta per il calcio europeo e le sue competizioni nazionali ed internazionali, infatti sempre più spesso nei mesi recenti gli esponenti di alcuni tra i principali e storici club europei (ultimi in ordine di tempo Andrea Agnelli e Karl Heinz Rummenigge) hanno manifestato un profondo disagio nel guardare al futuro prossimo del calcio.

A determinare questo malessere, se così possiamo classificarlo, ha contribuito molto il recente contratto televisivo firmato dalla Premier League inglese per un importo di quasi dieci miliardi di euro per il prossimo triennio (circa 7 dai soli diritti televisivi nazionali). Introiti che proiettano i ricavi dei club inglesi al vertice mondiale, facendo impallidire la Champions League quasi al livello di un qualunque torneo parrocchiale (meno di 2 miliardi per un triennio). Lo studio annuale “Football Money League” prodotto dalla Deloitte mostra come già nella stagione 2014/15 (l’ultima prima del nuovo super-contratto della Premier) tra le prime 20 europee per fatturato ci siano ben 9 squadre inglesi, ed altre 8 sono collocate tra il 21° ed il 30° posto. Il Napoli, attualmente in corsa per il titolo in Serie A, con i suoi 125.5 milioni di euro occupa la 30° posizione e fattura ad oggi meno di 17 club su 20 della Premier League, dalla stagione corrente probabilmente tutti e venti i club della massima serie inglese saranno nella Top30 della Deloitte.

Questa pioggia di denaro, distribuito piuttosto equamente nella terra di Albione, finirà con il rendere molto più competitivi e ricchi anche club di media dimensione rischiando di incidere sull’attrattività e la competitività sul mercato anche di società ricche, storiche e blasonate di Germania, Spagna ed Italia.

Lo studio della Deloitte mostra anche come ad esempio la Juventus, un club modello negli ultimi anni, dotato di un moderno stadio di proprietà, ricchi contratti commerciali, ingenti ricavi da diritti Tv e coppe europee sia appena decimo con i suoi 329.9 milioni di euro dietro ad esempio a United, City, Arsenal, Chelsea e Liverpool. Un gigante come il Bayern è quarto dietro non solo a Real e Barcellona, ma anche allo United che non aveva partecipato alla Champions ‘14/15. Per comprendere meglio di cosa stiamo parlando, basta dire che la ventesima classificata della Premier League 2015/16, ovvero l’ultima classificata intascherà dai soli diritti Tv oltre 130 milioni di euro, che è più di quanto incassino oggi la Juventus o il Bayern, e molto vicino ai circa 150 milioni che incassano Real e Barça. Potremmo azzardare anche una provocazione: un club di medio livello inglese (Newcastle, Everton, West Ham, etc), potrebbe forse persino permettersi senza troppi affanni di pagare la clausola rescissoria di Neymar (circa 190 milioni di euro).

Ed è questo il punto in cui entra in ballo la Champions League. Bisogna ricordare che la vecchia Coppa dei Campioni mantenne la sua formula, con tabellone tennistico ad eliminazione diretta, immutata per oltre trent’anni. Solo all’alba degli anni ’90 ci furono le prime modifiche fino al 1993 quando nacque la Champions League. Ma prima della fine del decennio già si cominciò a parlare di costituire una Superlega con tutti i grandi club europei per rimpiazzare la Champions ed incrementare i ricavi, questo scontro determinò nel 1999 una nuova modifica delle regole, allargando la partecipazione ad un maggior numero di club ed incrementando il numero di partite da giocare ed i relativi introiti.

Tuttavia nel decennio seguente il disegno politico di Michel Platini ha portato a togliere spazio alle nazioni storicamente più rappresentate per garantire posti nella Fase a Gironi ai club di paesi calcisticamente minori. Questa svolta, seppur romantica, ha determinato un numero crescente di partite con poco appeal per pubblico e televisioni (non è certo esaltante un Ottavo di Finale di Champions tra Gent e Wolfsburg, pur con il massimo rispetto per entrambe). Se la Champions deve rappresentare il meglio per livello tecnico, calciatori, storia e tradizione in ogni sua fase, insomma un torneo di élite tout court, allora qualcosa forse non sta funzionando per il verso giusto.

È chiaro però come il confronto tra Associazione Europea dei Club (Eca) e Uefa abbia come tema principale quello dell’aumento degli introiti per i club dal massimo torneo europeo. Finora sono stati disegnati, in via non ufficiale, scenari diversi con diversi livelli di rottura rispetto alla tradizione ed ai rapporti istituzionali: il primo è quello che un vero e proprio campionato europeo, una sorta di NBA calcistica con alcuni club selezionati per partecipare a questa lega uscendo di fatto dai campionati nazionali, che resterebbero come competizioni di secondo livello. Questo modello pone però alcune questioni complesse, ad esempio come selezionare i club? Se guardiamo all’Italia chi dovrebbe stabilire se il Napoli o la Roma o la Lazio (e via così) siano o meno tra i club degni di questa super esclusiva élite? Non solo, i club inglesi non avrebbero alcuna ragione sensata per abbandonare la Premier League vista la sua ricchezza e dunque appare già chiaro come questo primo disegno sia pressoché impraticabile. L’Uefa dal canto suo non disdegnerebbe di allargare ulteriormente la partecipazione alla Champions (fino a 40 squadre?) ma su questo fronte c’è la prevedibile opposizione dell’Eca perché si rischierebbe di generare altre partite di scarso interesse tra club medio-piccoli. Resta allora come possibile mediazione il ridisegno della Champions League e dei suoi partecipanti garantendo un maggior numero di posti fissi ad Inghilterra, Spagna, Germania ed Italia (prime nazioni del ranking) fino a 5, attribuibili magari secondo il metodo delle licenze pluriennali dell’Eurolega di basket garantendo in questa maniera ai club di poter programmare su base pluriennale i propri investimenti volti a migliorare squadra ed infrastrutture senza il timore di perdere il posto con una stagione negativa nel proprio campionato nazionale. Questa formula garantirebbe alle tv la presenza costante dei migliori club ed i relativi bacini di tifosi-clienti rendendo potenzialmente più semplice l’incremento di valore e prezzo dei diritti tv.

Le considerazioni precedenti sulla dipendenza da Champions vedono la loro più evidente applicazione nel caso italiano, laddove ormai è la partecipazione alla Champions League a determinare la possibilità ed i margini di investimento dei club, fatta eccezione per la Juventus che ha da tempo avviato un programma di investimenti e crescita ma che ugualmente nel medio-lungo periodo avrà bisogno di incrementare ulteriormente i propri introiti se vorrà competere con gli altri top-club continentali.

Ma sono molti altri i temi che i club vorrebbero mettere sul tavolo di Uefa e Fifa, dalla riorganizzazione del calendario delle nazionali, alla verifica del senso (e del destino) dell’Europa League. Sul primo fronte è sempre più forte l’insofferenza delle leghe (Premier, Serie A, Liga, Bundesliga, etc) oltre che dei singoli club per gli impegni delle rappresentative nazionali (gare ufficiali ed amichevoli) che finiscono sempre più spesso con l’interrompere le competizioni quando non addirittura inficiarne in qualche maniera l’esito a causa degli infortuni le cui conseguenze ricadono sulle spalle dei club. Non basta più alle società europee il “gettone” di presenza oggi corrisposto per la partecipazione alle fasi finali delle competizioni (Europei e Mondiali) e da più parti si spinge perché alle gare delle nazionali venga destinato il mese di maggio/giugno per disputare tute le gare di qualificazione in un’unica finestra temporale. Una formula che gioverebbe ai commissari tecnici che avrebbero il tanto agognato tempo per allenare i calciatori selezionati e gioverebbe ugualmente a club e leghe nazionali per organizzare i calendari con maggior agio e senza i paletti imposti dagli impegni delle squadre nazionali. Dell’Europa League si è detto e scritto molto da quando è stata abbandonata la storica e affascinante formula dal 1999, la realtà è che questa coppa prende vita solo dai Sedicesimi di Finale, ed allora non sarebbe un gesto di buon senso e lungimiranza ripristinare la vecchia formula con tabellone ad eliminazione diretta e turni preliminari? Sarebbe probabilmente il modo migliore di restituire importanza e dignità ad una competizione che è stata ridotta a semplice vassallo della coppa dalle grandi orecchie.

Perché vengono al pettine tutti insieme questi nodi proprio adesso? Semplicemente perché entro la fine dell’anno dovranno essere definite le formule (partecipanti, organizzazione, numero di partite, etc) di Champions ed Europa League per poter pubblicare il bando di vendita dei diritti tv per il triennio 2018/21, per i club europei è oggi che si decide il business di domani.

ilnapolista © riproduzione riservata