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Le mille vittorie di Gregg Popovich, l’uomo che a Napoli sarebbe stato esonerato al secondo anno

Le mille vittorie di Gregg Popovich, l’uomo che a Napoli sarebbe stato esonerato al secondo anno

Le mille vittorie in carriera ottenute nella notte italiana di lunedì da Gregg Popovich alla guida dei suoi San Antonio Spurs, l’unica squadra allenata in 19 anni come head coach Nba, sono l’occasione perfetta per qualche riflessione sulle caratteristiche necessarie per la costruzione di un team e di un ambiente vincenti.

Innanzitutto, va ricordato che da lunedì notte l’uomo chiamato “Pop” – tre volte coach dell’anno (2003, 2012, 2014) e cinque titoli di campione in bacheca (1999, 2003, 2005, 2007, 2014) – è diventato appena il nono tecnico nella storia del basket Nba a raggiungere il traguardo dei mille successi in carriera; nonché il secondo, dopo Jerry Sloan con gli Utah Jazz, a farlo alla guida di una sola squadra e il terzo per la velocità con la quale è riuscito a toccare la fatidica soglia: in 1.462 gare, contro le 1.434 di Pat Riley e le 1.423 di Phil Jackson. Lo ha fatto costruendo, assieme al general manager RC Buford, un meccanismo perfetto che probabilmente non ha eguali nel mondo degli sport professionistici americani: una franchigia nella quale tutti remano dalla stessa parte e anche le star mettono da parte il proprio ego e sono inserite in un contesto nel quale tutto ruota intorno al concetto di gruppo.

Si tratta della celeberrima “Spurs Culture”, che Flavio Tranquillo (la voce italiana del basket Nba) prova a definire così, nel suo bellissimo libro di recente uscita “Altro tiro, altro giro, altro regalo”: «Un concetto ben più ampio del segretissimo elenco di giochi offensivi, regole difensive e precetti di comportamento che da essa discendono come le altre leggi si rifanno alla Costituzione tramite la gerarchia delle fonti. Cosa sia questa “Spurs Culture” possono saperlo nei dettagli solo gli adepti dell’organizzazione; a noi deve bastare conoscerne l’esistenza e rilevarne qualche rara manifestazione esterna. […] Solo andando al di là delle apparenze e ragionando oltre l’immediato si crea qualcosa di stabile e duraturo, tipo una cultura o un sistema. […] Non c’è Dinastia cestistica che non abbia utilizzato i termini “cultura” e “sistema” per spiegare le proprie vittorie, proprio come le aziende di successo. […] Il sistema e la cultura sono i mezzi migliori per raggiungere il risultato, non un omaggio alla democrazia ateniese. […] Sono i concetti di “team building” e “sense of belonging” (senso di appartenenza) che tanta diffusione hanno in economia aziendale, non in filantropia. Per vincere ci vogliono ruoli chiari, delineati dall’allenatore e condivisi, per forza e/o amore, dai giocatori. Chi non si conforma ai valori dell’impresa, in spursese si dice “corporate knowledge”, può già mettere sul letto la valigia di un lungo viaggio». E, non a caso, la “Spurs Culture” è incarnata proprio in colui che rappresenta la massima stella della franchigia texana, quel Tim Duncan che è l’emanazione stessa di Popovich sul parquet e che col coach (ex agente della Cia, mai dimenticarlo!) ha condiviso addirittura 929 delle sue mille vittorie.

Naturalmente, per essere correttamente applicati, i concetti di “sistema” e “cultura” richiedono tempo, pazienza, fiducia e maturità da parte dell’ambiente circostante, senza sondaggi contro o campagne stampa alle prime difficoltà. Si tratta di quella stessa pazienza e maturità che ha permesso a Gregg Popovich di costruire in tre anni (dal 1996 al 1999) la squadra del primo titolo di San Antonio (a Napoli sarebbe stato esonerato al secondo anno) e che, più di recente, gli ha permesso di tenere ben saldo il timone tra le mani nonostante l’assenza di titoli tra il 2007 e il 2014 (con tanto di sanguinosa finale 2013 persa contro Miami). D’altra parte, proprio queste sono le medesime caratteristiche che, tornando in ambito calcistico, hanno fatto sì che un giovane Alex Ferguson (non ancora Sir) potesse restare sulla panchina del Manchester United dal novembre 1986 per tre anni e mezzo senza vincere nulla, fino alla F.A. Cup conquistata a maggio 1990, soltanto il primo dei tantissimi trofei poi vinti nei suoi leggendari 26 anni a Old Trafford. O che Arsène Wenger continuasse a guidare con mano salda l’Arsenal per vent’anni (li festeggerà ad agosto), nonostante gli “zero tituli” ottenuti tra il 2005 e il 2014.

Morale della favola: quando si trova un grande coach capace di costruire un sistema o dare vita a una cultura (molti lo chiamano “progetto”) bisogna tenerselo stretto, a tutti i costi, aspettando prima di lanciarsi in processi sommari che, dopo pochi mesi, rischiano di trasformarsi in dolorosissimi boomerang.
Diego Del Pozzo

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