Dialogo tra il Ciuccio e il Toro sul tremendismo granata che non vuol dire sconfittismo

Dialogo tra il Ciuccio e il Toro sul tremendismo granata che non vuol dire sconfittismo

Non glielo avrei proposto mai, è stato lui a chiedermelo. “Incontriamoci all’Arena flegrea – mi dice il Toro – sai che non ci sono stato mai?”. Un’arena è un luogo di morte per lui, ma siamo qui. Non trema e non si turba. Provo a prenderlo in giro. Gli domando se non ci sia da praticare qualche scongiuro portando le zampe verso le nostre virilità. “Sai cosa dice Hemingway?”, ribatte. Non lo so. “La corrida è natura. È l’incontro tra l’animale allo stato selvaggio e un uomo a piedi. Se ci pensi, prima di mettersi in gioco in una corrida, un toro non è mai stato prima dentro l’arena. La corrida è costruita su questo principio, sull’assenza di qualunque memoria da parte del toro di quel luogo e di quell’esperienza. Si basa sul coraggio del toro e sul suo cervello sgombro di ricordi”.

Resterei per ore a parlare con il Toro. Alterna cose profondissime a battute idiote. “Se ci vedono insieme, tu asino, io bue, credono che sia di nuovo Natale”. Ma siamo qui per il pallone, e parliamo di calcio allora. Parliamo della relazione che entrambi abbiamo costruito con questo gioco in tutti questi anni.

Toro: “Dici molto bene. Un gioco. Io l’ho sempre considerato prima un gioco e poi uno sport. Vengo dalla città italiana in cui il calcio è nato e dove si è tenuto il primo campionato della storia. Torino è stata la culla sia dell’aspetto ludico che dell’aspetto agonistico del calcio. E ogni squadra della città ha visto prevalere in sé una delle due catene genetiche”. 

Ciuccio: “Se capisco bene cosa mi stai dicendo, la Juve è la figlia legittima del ceppo agonistico e voi vi sentite i figli romantici del ceppo ludico. Se mi sono sbagliato, ti prego solo di dirmelo con il tuo solito garbo”.

Toro: “Non ti sei sbagliato, o non del tutto. Chiaramente non siamo insensibili al risultato, chi lo è? Si compete per primeggiare. Ma il calcio per come lo vedo io non è solo competizione, è anche incontro e condivisione. Siamo una delle poche squadre per le quali non si tifa, ma delle quali si è. Non si domanda: tu tifi per il Toro? Si chiede: sei del Toro?”.

Ciuccio: “In questo senso avverto una forte analogia fra noi e voi. Esiste un senso di appartenenza alla base del tifo. Per noi si tratta di appartenenza alla città, per voi di appartenenza a una storia. Ho conosciuto molte persone che non sono di Torino, non sono neppure tifosi del Torino, ma che si sono sentite anche parzialmente un po’ del Torino, anche una volta sola”. 

Toro: “Sai, un po’ alla volta, anno dopo anno, sto perdendo la compagnia di coloro i quali hanno visto Bacigalupo, Loik, Gabetto, Valentino Mazzola. Quelli che da bambini hanno avuto la fortuna di incrociare la propria esistenza con il Grande Torino stanno arrivando all’ultima curva. Dopo Superga, una generazione di italiani non poteva non essere un poco del Toro, anche se era qualcos’altro. Mi addolora pensare che nel giro di dieci, al massimo quindici anni, questo sentimento universale non avrà più testimoni diretti. Far sopravvivere una memoria è sempre una fatica”.

Ciuccio: “Ho sempre pensato che la vostra maniera di vivere il calcio fosse quasi risorgimentale, e che dentro le vostre storie c’è sempre tanta puzza di trincea. È una fatica differente da quella che facciamo noi altri. In voi del Toro mi pare che prevalga spesso un approccio speciale alle difficoltà, ma dovrei dire al dolore, quando non addirittura alla tragedia. È un modo di vivere che secondo me trasforma in gioie enormi anche delle soddisfazioni che ad altri potrebbero sembrare minuscole”.

Toro: “E’ vero. Tu pensa alla finale di Coppa Uefa persa contro l’Ajax. Per uno juventino senza nessun dubbio si tratta di una sconfitta, per noi rimane una cavalcata meravigliosa che ha avuto un finale diverso. Puoi avere una squadra che vince sempre, ma non avrai mai lo spirito del Toro. È l’anticonformismo di Gigi Meroni, il nostro George Best. È una volata controvento, come quelle di Claudio Sala sulla destra. È uno spirito che vive nel grande paradosso di non sottrarsi di fronte a una battaglia e allo stesso tempo di accettare ciò che stabilisce il destino al posto tuo. Perciò essere del Toro non significa andare contro gli altri ma andare al di là di se stessi”. 

Ciuccio: “Non deve essere facile con questa impostazione ideologica, ma direi culturale, vivere nelle stesse strade e negli stessi palazzi di chi è juventino”.

Toro: “Esatto. Non lo è. Non lo è per loro. Nessuno sa perdere come noi, sempre in modo speciale, in un modo magnifico. Noi siamo finiti in serie B per merito. Loro ci sono andati per ingordigia. Mario Soldati, juventino, sosteneva che i tifosi juventini si distinguono per una parlata aristocratica o alto-borghese. Loro dicono “ben” per dire “bene” mentre i piccolo-borghesi e noi del popolo diciamo “bin”. Ci sono due mondi opposti in una sola vocale di differenza”.

Ciuccio: “Devi sapere che io faccio enorme fatica a seguire ragionamenti sulle città divise dal tifo, non rientra proprio nella mia mentalità. Certe volte penso che se anche il Campania Ponticelli o prima ancora l’Internapoli fossero arrivati in serie A, Napoli non si sarebbe divisa. Sarebbe stata l’unica città a tifare contemporaneamente per due squadre. Per fortuna non esiste la controprova”.

Toro: “Giovanni Arpino sosteneva che Juve-Torino è la divisione tra i cultori di uno stile contro i fedeli di un dialetto. Secondo me, la Juve ha maltrattato la parte torinese di Torino. La vera radice sabauda è presente nel nostro tifo, anche se non lo ammetteranno mai. Abbiamo dato all’Italia i ct di tre titoli mondiali: Vittorio Pozzo ed Enzo Bearzot. La giustizia sportiva ci ha sottratto due scudetti, quello del 1915 e quello del 1927, eppure non passiamo il nostro tempo a rivendicarli di fatto. Essere del Toro è un’idea, è un’immagine, un sogno superiore da realizzare. Non si può non restare segnati dal fatto che una squadra, la tua squadra, è morta volando sulla tua città. Superga, e qui ritorno alle parole di Arpino, non fu e non sarà mai un nome vuoto, ma è una zona dolorosa dell’animo”. 

Ciuccio: “A parte qualche squadra inglese, il Torino è forse la squadra letteraria per eccellenza. In Italia la numero uno senza alcun dubbio. È la squadra che più costeggia l’epica e la leggenda. È come se venisse dalla tradizione della narrazione orale. Tu citi spesso Arpino, che peraltro mi risulta fosse tifoso della Juve: fu un grande cantore della vostra storia. Fu lui a inventare l’espressione tremendismo, no?”.

Toro: “Il tremendismo granata, certo, fu lui. Il tremendismo nasce come corrente letteraria in Spagna nel dopoguerra. È la narrazione di una crudezza e della tragedia imminente. Arpino prende questo vocabolo e lo importa nel nostro calcio per definire un giocatore o una squadra che non vince tanto, ma incarna l’orgoglio, la rabbia, l’aggressività. È un termine di cui andiamo fieri, come puoi immaginare. Dentro ci sono Agroppi e Bui, Zecchini e Cereser, Graziani e Pulici. Vittorio Pozzo sosteneva che l’amore per il Torino è serio, radicato e positivo. È un’esperienza rara che ha conosciuto le gioie e i dolori, le illusioni e le disillusioni. In buona sostanza è quella che Arpino chiama sic et simpliciter fede. Sai qual è il punto? Non è sufficiente vincere per essere Toro. È necessario vivere sconfitte brucianti e assimilarle come assolutamente naturali”. 

Ciuccio: “Questo però è il passaggio in cui il tremendismo diventa sconfittismo. Ed è in genere un atteggiamento che il mondo del calcio rimprovera. A voi, ma anche a noi”.

Toro: “Lo so, la sento spesso questa idiozia. Ma non si è del Toro perché ci piace soffrire, si è del Toro perché ci piace lottare. Non dar retta a quanto dicono intorno a noi. Un giorno lo rivedremo uno scudetto, Ciuccio. Lo rivedremo noi e voi. Lo rivedremo insieme ai figli e ai nipoti di chi ha festeggiato i precedenti e li ha raccontati a loro. Arriverà e sarà il più bello di tutti, perché il prossimo è sempre il più bello e perché il nostro futuro non finisce mai”.
Il Ciuccio

* Alcuni spunti per il dialogo sono stati tratti da:

Michele Monteleone, “Orgoglio granata”

Maurizio Ferrarotti, “Davanti Superga”

Nando Dalla Chiesa, “La farfalla granata”

Eraldo Pecci, “Il Torino non perde mai”

il sito di memoria granata “Pelle granata”

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