Rafaeliti di tutto il mondo, unitevi

Rafaeliti di tutto il mondo, unitevi

Noi, napoletani e napolisti, riconosciamo nel lavoro del signor Rafaél Benítez Maudes un processo di rivoluzione culturale nella nostra maniera di intendere il calcio. La storia della nostra squadra e delle società che in questi 87 anni di vita l’hanno gestita, è stata fatta finora soprattutto di attesa, di messianica fiducia nel fuoriclasse che da solo trascina tutti, nel leaderismo sfrenato, nell’individualismo come tratto distintivo. Una condotta sportiva, ma prima ancora sociale e politica, presente nel nostro patrimonio genetico. Un comportamento che ha sempre finito per delegare al campione di turno l’evoluzione di una crescita troppo spesso mai cominciata, in qualche caso incompiuta, solo una volta realizzata, grazie a quello straordinario incidente della storia chiamato Diego Armando Maradona. Straordinario, vogliamo dire, non irripetibile. Ma in un quadro complessivo totalmente mutato rispetto agli anni ‘80, noi napoletani e napolisti riconosciamo stavolta nel lavoro di Rafaél Benítez Maudes e nella sua spinta verso un calcio collegiale, di gruppo, la giusta via per tornare a vincere, nel rispetto dei tempi necessari in ogni settore delle professioni per il raggiungimento dei propri scopi e dei propri obiettivi. Riconosciamo nel suo lavoro un principio di programmazione in grado di rivoltare la nostra interpretazione del calcio, il nostro rapporto con esso, e individuiamo nel suo metodo la storica possibilità di un cambiamento definitivo della nostra mentalità.

Noi, napoletani e napolisti, ci riconosciamo nel metodo di lavoro di un uomo che rifiuta ogni teatrale manifestazione di sé, e che ripudiando la plateale interpretazione del suo ruolo rigetta un intero universo di segni dentro il quale la nostra città viene spesso circoscritta. L’universo del pazzariello, degli spaghetti mangiati con le mani, del corno rosso, del vittimismo, della cialtroneria. Un universo facile e pigro di segni con cui una comunità viene fotografata e raccontata da secoli, in particolar modo nell’ultimo secolo e mezzo. Ci riconosciamo totalmente nei suoi modi, compresi quei piccoli gesti che possono sembrare ininfluenti e che viceversa sono una locandina di buone pratiche, come la continua scrittura di appunti durante la partita. Un’azione che vogliamo leggere come il tratto distintivo di fiducia nelle proprie capacità, nel proprio mestiere, una dichiarazione di credito verso quei piccoli atteggiamenti quotidiani in grado di produrre grandi risultati. Noi, napoletani e napolisti, ci riconosciamo nella sua tendenza verso un calcio esatto, rigoroso, scientifico, fatto di studio dell’avversario e di rispetto, senza scaramanzie. Un calcio analitico che scruta l’immantinente e che a quello si attiene. Un calcio che studia i fenomeni naturali, nella riconduzione di ragionamenti complicati a movimenti semplici, essenziali.

Il calcio di Rafaél Benítez Maudes predica il raggiungimento della conoscenza e del risultato attraverso la ragione del gioco collettivo. Una ricerca che richiede fatica e applicazione, che esige impegno e serietà, che scarta le scorciatoie e nega il ricorso al miracolismo oleografico. Ci riconosciamo nella sua opera di introduzione della cultura del presente nella nostra storia, dei principi di modernità nel corpo delle nostre prassi. In lui distinguiamo il più grosso innovatore presente sulla panchina del Napoli dai tempi di Luis Vinicio. Noi, napoletani e napolisti, apprezziamo la curiosità con la quale il signor Rafaél Benítez Maudes si è calato nella vita della nostra città. Curiosità verso la sua storia, la sua arte, la sua filosofia di vita. Ammiriamo l’empatia con la quale ha scelto di calarsi per intero in un ambiente, nella città-mondo, nelle sue tradizioni, così recuperando e riattivando in noi il forte legame linguistico e culturale con le antiche radici spagnole.

Per tutti questi motivi, da oggi sentiamo di poterci dire rafaeliti. I rafaeliti abbracciano l’idea del calcio come espressione di un’avventura psicologica collettiva. Ci identifichiamo nella visione di un calcio fatto di passi progressivi per giungere al traguardo. Sin prisa pero sin pausa. Crediamo che l’affermazione di un metodo e che la ricerca di una prospettiva siano da preferire al risultato immediato ma sporadico. Crediamo nel movimento, nella circolazione crescente e graduale, nel moto costante. Crediamo nella forza del contagio all’interno di una comunità. Crediamo nella forza sovversiva del pensiero, dell’analisi e del ragionamento, crediamo nel suo primato sul furore facinoroso dell’invettiva, contro l’agevole ricorso agli alibi per la spiegazione dei risultati insoddisfacenti e, ancora, contro una critica miope e distruttiva che mai accompagna un processo di crescita nei suoi fisiologici momenti di risacca. Nel lasciarsi alle spalle una vecchia maniera di misurarsi con il calcio per spingersi verso un nuovo orizzonte cognitivo, i napoletani e i napolisti non hanno da perdervi altro che le proprie catene. Da guadagnare hanno un mondo. Rafaeliti di tutto il mondo, unitevi.
Il Napolista

ilnapolista © riproduzione riservata