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Harry Bruscolotter e i palloni telecomandati

L’imbarazzo di Giotti e Meri D’Angelo non si può raccontare. Non perché sia vietato, è un modo di dire. Presto, molto presto, il potere misterioso che si diffondeva dal loro nipotino venuto dal nulla era diventato di dominio pubblico. O quasi. Harry Bruscolotter agitava nell’aria quella strana bacchetta magica, e il suo palo ‘e fierro riusciva a fare cose incredibili. Ormai ne sapevano qualcosa anche i condomini di via Speranzella 4, soprattutto l’inquilino del piano di sopra.

All’inizio, per un bel po’ di tempo, non riuscì a dare una spiegazione a tutta una serie di eventi che gli capitavano. Gliene succedevano così tanti che presto si ritrovò a essere lo zimbello del quartiere. Era solito indossare sopra la giacca un cappello in paglia dalla falda circolare rigida e corta, la cupola dritta e piatta circondata da un nastro. Quando scendeva le scale, passando davanti la casa di Harry, scopriva di avere all’improvviso le punte del cappello tagliato, e altrettanto spesso gli sbucava della crusca nella tasca della giacca. Un giorno si trovò con il collo della camicia tagliato, un altro con la ceralacca squagliata tra i capelli e un pezzo di ghiaccio sciolto nei pantaloni. Tutto senza una causa apparente. Una vicenda davvero spiacevole soprattutto per lui, un uomo rispettato e che tanta credibilità si era guadagnato nel quartiere; lui dalle origini incerte, emiliano sì, non si capiva però se di Parma o di Reggio, non si sapeva se parmigiano o reggiano, lui che di nome faceva Francesco Auricchio, e che tutti chiamavano Ciccio Formaggio.

Davanti la casa di Harry finiva sempre per ritrovarsi con la colla nel pantalone oppure si sentiva come punto dietro il sedere da uno spillone, ma il culmine fu il giorno in cui dietro il soprabito spuntarono strane scritte in gesso. Denigratorie. Offensive. Se la prese con la moglie, la sua Luisa. La chiamò infame, infame, infame. Ma in realtà tutto succedeva nei paraggi di Harry. Auricchio iniziò lentamente a collegare i fenomeni, giacché non era proprio uno sprovveduto, sebbene troppe persone ormai lo considerassero un provolone. Quando alla fine realizzò ogni cosa, ne andò a parlare con Giotti e Meri. Si infuriò, disse che avrebbero dovuto tenere a bada quella furia di bambino. Era incazzato per quello che gli capitava, ma non si trattava di un cattivo uomo, sotto quella scorza dura Auricchio in fondo era dolce.
Giotti peraltro pure teneva i laps che gli abballavano per la cervella. Quel Meccia che da direttore sportivo aveva anni prima comprato per il Trapani, adesso lo tormentava al telefono. Era caduto in disgrazia da quando si era rotto in una piccola squadra del casertano, il Parete, una vera disdetta, proprio mentre stava finalmente trovando l’intesa con i fratelli Fischer. Giotti, nervoso com’era, puniva Harry ogni giorno. Gli toglieva le merendine, gli negava i cartoni in tv, lo obbligava a vedere le partite di calcio. Cosa che Harry odiava. Odiava così tanto il pallone, che dalla finestra di casa col palo di ferro si divertiva a strapparlo dai piedi dei ragazzini che giocavano in strada. Fu così che Giotti si accorse di come Harry tenendo la strana bacchetta dritta verso il teleschermo fosse capace di deviare la traiettoria del pallone, riusciva a mandarlo dove voleva nell’istante in cui decideva. Puntava la bacchetta, e in campo veniva fuori un gol meraviglioso di qualcuno, un tiro da centrocampo, una rovesciata, un colpo al volo da 40 metri senza che il calciatore lo volesse per davvero. Una volta succedeva a Quagliarella, un’altra a Quagliarella, una terza ancora a Quagliarella. Eccheccazzo, succede sempre a Quagliarella, pensò zio Giotti.
Ma tutti questi prodigi nulla furono fino al giorno in cui Harry Bruscolotter compì 11 anni, e a casa ricevette una lettera. (2 – segue)

Il Ciuccio (si ringrazia Amedeo, che nei commenti al 1. capitolo ha fornito l’idea dei Fischer)

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