Che gente noi tifosi, applaudiamo alle manganellate per poi dire che la polizia è violenta

Stasera si giocano gli anticipi, domani il resto della giornata, il carrozzone andrà avanti e sui fatti di Genova calerà lentamente il sipario. Ma, se quanto successo al Marassi – come sostiene Max – ci ricorda cosa è il calcio in Italia, il dibattito che si è aperto dopo ci ricorda cos’è il calcio per la società italiana: nella migliore interpretazione un’Utopia dove si mantengono insieme tutto e il contrario di tutto, nella peggiore una semplice astrazione della nostra schizofrenia.

Andiamo veloce sulla retorica del “calcio marcio”, come se certi problemi (come il doping economico e sportivo) non siano cosa comune a tutti gli sport professionistici e di massa – come fanno a convivere De Coubertin e gli assegni a sei zero? -, ma solo della pallone e dei suoi ventidue stolidi inseguitori. Sorvoliamo anche su quella degli “o tempora o mores” e dei punti di non ritorno, che tanto il pallone nostrano è identico a se stesso da quando esiste, salvo poi scoprire in cicliche emergenze che ci sono criticità da risolvere.

Concentriamoci invece sulle soluzioni a questi problemi e riconosciamo che, senza una visione omogenea e coerente del fenomeno soccer e delle sue appendici, difficilmente le troveremo.

Allora il punto diventa che a noi tutti – con gradienti diversi – piace la famosa extraterritorialità di cui godono gli stadi quando ci permette di urlare, inveire, saltare, cantare a squarciagola, cioè fare tutte quelle cose che nella vita ci sono proibite. Però, a volte, di fronte a fatti eclatanti, invochiamo il rigore inglese e gli impianti privati senza chiederci fino a che punto ci piacerebbe rinunciare alla bolgia a favore della quiete. E senza neanche riflettere un attimo sull’effetto che il modello privatistico avrebbe sul prezziario dei biglietti, dal momento che per noi il calcio deve rimanere roba popolare ed è tutto da vedere quanto cinema, ristoranti e museo della squadra sette giorni su sette ci possano far scendere giù un tagliando d’ingresso ben più caro.

Ecco, la questione economicista apre un altro interessante spiraglio. Ci siamo indignati perché in poche decine di persone sono riusciti a bloccare uno spettacolo destinato a un pubblico ben più ampio. Spettacolo che rispetta ai massimi livelli l’economia di mercato e per questo va tutelato. Dunque  anteponiamo – chi più, chi meno – il valore materiale del calcio al suo valore simbolico, quello proprio del tifo fatto di totem – come la maglia – e tabù – come il non rispettarla.

Però poi ci girano le scatole quando sentiamo parlare degli ingaggi milionari, ci riempiamo la bocca sulla retorica del calcio di un tempo – ma è veramente esistito un’età in cui i calciatori non giocassero per i soldi? -, vorremmo dichiarazioni d’amore eterno dai nostri idoli e ci facciamo prendere da crisi isteriche intorno alle esegesi del loro pensiero. Perché il calcio sarà business – fino a un certo punto lo possiamo accettare -, ma se loro cambiano casacca – ovvio corollario di chi si sente un professionista teso alla ottimizzazione dei guadagni e alla carriera – sono traditori o mercenari.

Sullo sfondo di tutto questo ci siamo noi, grande pubblico la cui immaginazione collettiva ha forgiato questo fenomeno di massa più della politica e dei club stessi. Che ammicchiamo alla mentalità ultrà – perché le loro coreografie finiscono sui desktop e sui profili facebook e in fondo la visione manichea e conflittuale del calcio ci piace – per poi prenderne le distanze. Che invochiamo metodi da polizia argentina per non disturbare i bambini allo stadio, ma poi la polizia italiana è troppo violenta e certo non ci auguriamo manganellate a cuor leggero almeno per noi stessi – vedi i resoconti dalle trasferte di Liverpool e Londra. Che biasimiamo gli stessi ultrà come popolino gretto e volgare senza interrogarci su cosa porti giovani e adulti, disoccupati e lavoratori, incensurati e pregiudicati, a dedicare tanto tempo ed energia dietro questi gruppi. Perché sì, i fenomeni da psicologia di massa sulle insicurezze individuali che si sublimano e diventano esaltazione nei gruppi sono vere, ma magari, trovando una risposta più articolata a questa domanda, sapremmo anche ridimensionarlo davvero il problema “violenza negli stadi”. Non accontentarci, tutt’al più, di tenere un giorno la violenza fuori dagli stadi

Ma invece niente. Genova al posto di interrogativi ci ha portato certezze. Non sappiamo se dalle autorità verranno novità, oltre le sanzioni. Noi tifosi, che queste novità le subiremmo, non abbiamo nulla da aggiungere. Rimaniamo fermi a metà strada tra la proiezione romantica e la quotidianità industriale del calcio.

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