Aver seguito la squadra a Gela non regala alcun diritto di primogenitura

Lo so cosa c’è sotto sotto. C’è la vecchia storia del tifo sacrificale. Alcuni la chiamano mentalità ultras. Io la chiamo malattia mentale, e lo scrivo mettendo a verbale nome e cognome. A chi lo richiede: anche l’indirizzo. Lo sento dire in giro da anni, lo leggo ovunque, pure qua sul Napolista: ah, quelli che seguivano il Napoli a Sora, a Lanciano… Quelli che andavano in missione, che si sobbarcavano ore e ore di macchina o di treno per andarsi a infreddolire su campi pulciosi.  I volontari del Calcio Napoli: non gente che va a vedersi la partita perché tifa per il Napoli e gode nel vedersi il Napoli. Gente che ci va con lo spirito Unitalsi: ché seguire Grava in serie C o accompagnare i malati a Lourdes è la stessa roba. E abbinare il concetto di scampagnata a quello di trasferta, non si sa perché, è sacrilego. Poi, quando il fenomeno di massa diventa di massa davvero, allora rivendicano la primogenitura della passione. Quelli che ora che il Napoli è in Champions rinfacciano. Che non possono permettere che una civile fila ai botteghini (nel 2012 a questo stiamo, alla fila ai botteghini…) decida la prelazione per un posto a Londra. Loro hanno una prelazione divina: perché sono andati a Gela, a Bucarest. Ma chi ve l’ha chiesto? Se era così faticoso perché ci siete andati? Scegliere – e ribadisco: sce-glie-re – di dedicare la vita al Napoli è un sacrosanto diritto, che attiene alla personalissima lista delle priorità. Andrebbe vissuta con gioia, non con livore. E’ una passione, come vivaddio ce ne sono tante altre. E per tutte le passioni si fanno sacrifici: però quando fai la somma, alla fine i sacrifici non pesano, non li senti più. Perché ti sei divertito, hai amato quel che facevi, hai pure sofferto. Ma in quel senso buono che eleva le cose fatte col cuore a bellezza della società umana.

Voi che blaterate di orgoglio ultrà, convinti che il tifo non abbia regole, che non sia un abbraccio costante, che calpestate gli altri perché sono “tifosi occasionali”. Che vi sentite più tifosi degli altri, più degni degli altri di stare al fianco del Napoli. “Poveretti” che tifano anche per noi schifosi borghesi coi soldi in tasca (ma chi? ma quando?) per meritarsi una medaglia al valor incivile. Tutti voi, che per voi stessi – e non per il Napoli – vi appollaiate sui botteghini sputando sui diritti delle persone oneste. Sappiate che noi un posto a Londra ve lo cediamo volentieri. Perché noi con il Napoli soffriamo e ci divertiamo, perché ne siamo innamorati. Non ne siamo vittime, e nemmeno vogliamo essere carnefici. Voi non avete capito niente. E meritate di restare da soli, chiusi in una gabbia, in uno stadio senza regole, a sfogarvi per la vita di merda che avete scelto di condurre. Nessuno vi deve niente. Nessuno.
Mario Piccirillo

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