Sal Da Vinci, ovvero Napoli è il brand che funziona. E alla grande Pontida che è l’Italia, scoppia il fegato
La napoletanità che negli ultimi anni ha colonizzato — parola forte ma efficace — la scena culturale e turistica italiana. Negli occhi di Sal Da Vinci c’è una forza che nasce solo dalla strada tortuosa

Mc Roma 13/02/2026 - Il Presidente della Repubblica riceve il cast di Sanremo 2026 / foto Mario Cartelli/Image nella foto: Sal Da Vinci
Sal Da Vinci, ovvero Napoli è il brand che funziona. E alla grande Pontida che è l’Italia, scoppia il fegato
Se mai verrà istituita una giornata nazionale in memoria dei fegati scoppiati agli antinapoli, la data è già pronta sul calendario: 28 febbraio. Quel giorno in cui Romelu Lukaku la infila al 95esimo a Verona, con la naturalezza di chi entra in cucina e spegne la luce, mentre altrove Carlo Conti annuncia che sarà Stefano De Martino a guidare il prossimo Festival di Sanremo. E già che ci siamo, trionfa Sal Da Vinci, che volerà all’Eurovision Song Contest con un brano onesto, commerciale quanto basta, dannatamente italico, medio nel senso più nobile del termine: centrato. È il giorno in cui tutto si tiene. Il pallone e l’orchestra, il televoto e la cabala, la napoletanità e il resto del mondo che la guarda oscillando tra fascinazione e orticaria.
Sanremo è esattamente ciò che è sempre stato: un gigantesco villaggio turistico dove l’animazione non finisce mai. Si balla, si ride, si piange un poco, si discute tantissimo. Ogni anno si proclama la rivoluzione, e ogni anno si ripete il rito. Identico eppure diverso, come il mare visto dalla stessa finestra. E in quel mare galleggiano tutto e il contrario di tutto: il Paese che si perde un ministro a Dubai e non si sconvolge, quello che scambia l’Ariston per la Scuola di Francoforte, e quello che trova nella canzone leggera una forma di teologia domestica. La canzone di Sal Da Vinci — al netto dei gusti personali, che sono il sale ma non il giudice — è l’inno perfetto del momento culturale italiano. Moralmente democristiana, se vogliamo, e proprio per questo quasi sovversiva. In tempi liquidi, auspicare un matrimonio tradizionale che duri per sempre è gesto più rivoluzionario che nostalgico. Un’utopia con l’abito buono. Lui, artista completo, interprete magnifico, voce che non ha bisogno di stampelle elettroniche in un’epoca di aggeggi salva-tutto, ha fatto ciò che in fondo conta: è salito su quel palco e ha cantato.
Ha travolto la platea dalla prima serata, ha occupato i salotti, ha messo d’accordo le zie e i critici, i tassisti e i social. Ha vinto il migliore salito su quel palco, semplicemente. E dentro questa vittoria c’è una scia più lunga: la napoletanità che negli ultimi anni ha colonizzato — parola forte ma efficace — la scena culturale e turistica italiana. Napoli come prodotto vincente, come brand emotivo, come romanzo popolare permanente. Napoli che non chiede permesso, si racconta e si vende benissimo. Sal Da Vinci ne è un degno rappresentante: porta in dote tradizione, mestiere, quella capacità antica di guardare il pubblico negli occhi e dirgli “questa è per te”. Non c’è trucco, o ce n’è poco. C’è il mestiere, che è la forma più seria del talento. E così, in un Paese che ama dividersi su tutto ma si ricompatta davanti a un ritornello, ha trionfato il cantante che dal primo momento aveva messo d’accordo tutti. Vittoria scontata, diranno i puristi. Vittoria naturale, diranno gli altri. Forse entrambe le cose. E intanto, da Verona all’Ariston, il 28 febbraio resta lì: una data cerchiata in rosso. Non per i calendari ufficiali, ma per quelli emotivi. Dove i fegati si misurano in decibel e i ritornelli, come certi gol al novantacinquesimo, entrano in porta e non ne escono più.
A tutti gli amanti degli stereotipi, ai giudici severi e ai qualunquisti di settore, bisognerebbe ricordare che dietro ogni vittoria c’è sempre una storia da raccontare, un percorso da conoscere, anche se pochi lo vogliono vedere. Negli occhi di Sal Da Vinci c’è una forza che nasce solo dalla strada tortuosa: quella che lo ha spinto dall’essere escluso, ignorato o sottovalutato, fino a salire sul podio più alto della musica italiana, con la dignità e la potenza di chi sa cosa significa conquistarsi ogni centimetro di applausi. È una lezione di mestiere, di cuore e di Napoli, tutta insieme, che va oltre i cliché e le facili condanne.











