Mourinho e il Mourinhismo, o lo ami o lo odi: i tre anni che hanno segnato e diviso l’universo Real Madrid (As)
Stasera torna al Bernabeu per Madrid-Benfica. Rivitalizzò l'orgoglio madridista contro il dominante Barcellona di quegli anni, ma anche lo spogliatoio lacerato e un perenne clima di sospetti

Portuguese coach Jose Mourinho attends a press conference during his official presentation as new Benfica coach at the Benfica Campus training center in Seixal, on the outskirts of Lisbon, on September 18, 2025. Benfica sacked Portuguese coach Bruno Lage following their defeat to Qarabag on September 16, 2025 evening in the Champions League, and contacted Jose Mourinho the next day to hire him. (Photo by PATRICIA DE MELO MOREIRA / AFP)
Il mourinhismo non conosce sfumature: o lo ami o lo detesti. A Real Madrid è stato religione e fanatismo, rivoluzione e frattura. E a distanza di anni la ferita, a Madrid, non si è mai davvero rimarginata. Stasera Mourinho torna al Bernabeu (sia pure in tribuna per squalifica) per Real Madrid-Benfica. Ne scrive As
L’origine del mito affonda nelle notti incandescenti contro il Barcelona. Già nel 2006, quando criticò l’espulsione di Del Horno per un intervento su Messi liquidandolo come “buon vecchio teatrino”, una parte del Bernabéu iniziò a guardarlo con simpatia. Ma fu l’epopea all’Inter, culminata con l’eliminazione del Barça di Guardiola, a consacrarlo agli occhi del madridismo. Da lì in poi, Mourinho diventò più di un allenatore: un simbolo identitario.
“Il Mourinho-ismo è un modo diretto di affrontare i problemi, senza secondi fini”, ha riflettuto Juanma Rodríguez. All’inizio tutti con lui, poi le prime crepe. In tre stagioni restituì autostima a un club che si sentiva inferiore al Barça dominante, costruì una squadra feroce, da 100 punti e 121 gol in Liga, capace di vincere Coppa del Re e Supercoppa. Ma il prezzo fu altissimo: tensione costante, spogliatoio sotto pressione, ambiente polarizzato. Non rimase non per lo stress, ma perché non arrivò la Champions.
Le quattro sfide in tre settimane contro il Barça nella primavera 2011 segnarono l’apice e l’abisso. L’espulsione di Pepe, il celebre “¿Por qué?”, il dito nell’occhio a Tito Vilanova: immagini che fecero il giro del mondo e cristallizzarono l’idea di un allenatore disposto a tutto. Per alcuni, il comandante che proteggeva i suoi attirando su di sé critiche e riflettori; per altri, l’uomo che trasformò il club nel “cattivo” della storia.
Dentro Valdebebas si respirava un continuo clima di sospetti. La caccia alla “talpa”, i silenzi stampa, le esclusioni eccellenti – su tutte quella di Iker Casillas – alimentarono la frattura. Il conflitto con Jorge Valdano consolidò il suo potere, ma isolò ulteriormente il progetto. Tre semifinali consecutive di Champions senza finale raccontano meglio di ogni parola il limite sportivo di quell’era. La Décima sarebbe arrivata solo dopo, con Carlo Ancelotti in panchina.
Eppure, ridurre il mourinhismo a una caricatura sarebbe ingiusto. Ha ridefinito la “nobiltà” madridista come lotta senza compromessi, ha imposto un contropiede chirurgico, ha riportato il Real a competere testa a testa con la miglior squadra del tempo. Ha diviso, sì, ma ha anche acceso. Nei bar, sui social, nelle radio: era un dibattito permanente.
Oggi il mourinhismo sembra più un’evocazione nostalgica. Ma resta un passaggio obbligato della storia recente del Real Madrid: tre anni che paiono dieci, consumati dall’intensità. Mourinho era così: capace di un caffè gentile con un cronista e di una sfida pubblica al Bernabéu il giorno dopo. Amore o odio. Senza vie di mezzo.











