Se Tresoldi “non si sente italiano”, non gli si possono dare tutti i torti

Come ha detto il padre: "Esistono legami di riconoscenza che è impossibile ignorare". Si riferiva alla Germania, ovviamente. Che gli ha dato i mezzi per conquistarsi un posto in Champions

Se Tresoldi “non si sente italiano”, non gli si possono dare tutti i torti

Ec Milano 13/10/2026 - Champions League / Inter-Brugge / foto Emanuele Comincini/Image Sport nella foto: Nicolo' Tresoldi

Giorgio Gaber aveva individuato con largo anticipo l’orario di apertura del patriottismo italiano: “il grido “Italia, Italia” c’è solo alle partite”. Ventitré anni dopo siamo andati oltre: pretendiamo, con trasmissioni televisive a reti unificate, che a gridarlo siano anche i ragazzi cresciuti calcisticamente altrove. Possibilmente per riconoscenza.

Nicolò Tresoldi, nato a Cagliari, ha segnato tre gol all’Inter in Champions ed è quindi meritatamente finito su tutti i giornali. Italia e Germania, le due Nazionali per cui può giocare (ora è nell’Under 21 tedesca) lo seguivano già da tempo.

Più della tripletta di San Siro, però, racconta qualcosa la frase pronunciata dal padre Emanuele, ex calciatore e azzurro Under 21: “Esistono legami di riconoscenza che è impossibile ignorare”. Si riferiva alla Germania, ovviamente. Una frase di buonsenso che, da noi, è suonata quasi sovversiva.

Il padre di Tresoldi parla di riconoscenza, non di identità

Tresoldi è cresciuto all’Hannover, ha esordito tra i professionisti a diciassette anni, ha giocato e sbagliato, fino ad arrivare al Bruges. Nessuno gli ha regalato un posto in Champions; qualcuno (o meglio, qualcosa: il sistema calcio della Germania) gli ha dato però i mezzi per conquistarselo. Riconoscenza, dunque. È questa la parola usata da Tresoldi senior. Non identità, sangue, inno urlato con la faccia cattiva su Rai Uno. Riconoscenza. Non verso una patria, ma verso un sistema.

Chiediamoci perché.

tresoldi

Il Cies offre una fotografia impietosa: nel 2025 gli Under 21 eleggibili per l’Italia hanno disputato l’1,9% dei minuti di Serie A, contro – per intenderci – il 7,8% della Ligue 1. Quarantanovesimi su cinquanta campionati: un risultato imbarazzante che assieme a tre Mondiali consecutivi saltati avrebbe prodotto riflessioni in qualsiasi sistema. Tranne che il nostro, ovviamente. Il nostro è in tutt’altre faccende affaccendato.

Non è un problema di Mancini, ovviamente, che anzi i giovani sa cercarli e mandarli in campo. Il ct può convocare il Tresoldi di turno, o scovare Zoma nella Serie B tedesca. Però non può recuperare per decreto tutte le partite che i club italiani non concedono ai loro ragazzi. Il guasto viene prima, ma sembra non essere una priorità.

Per le questioni davvero urgenti, si sa, le energie ai nostri non mancano. Il Napolista ha raccontato il tentato “golpe del cavillo” ai danni di Giovanni Malagò. Concluso col presidente Malagò rimpiazzato dal commissario Malagò, in attesa che il candidato Malagò possa tornare presidente. La rappresentazione perfetta di quell’Italia che Gaber prendeva in giro nel suo ultimo disco: discussioni interminabili, battaglie furibonde e tutto che resta esattamente com’era. Il commissario si trova sempre.

È un buonissimo calciatore che ha trovato le condizioni per crescere.

C’è da dire che Gaber non rinnegava affatto l’Italia. Ne conosceva la grandezza, ne rivendicava la cultura, ma non per questo si sentiva obbligato ad applaudirne ogni assurdità. Si può essere fieri di essere italiani senza considerare un’offesa ammettere che altrove qualcosa funzioni meglio. E si può essere riconoscenti alla Germania senza dover chiedere scusa all’Italia.

È giusto che Tresoldi lo tenga a mente, proprio perché non è Pelé (sebbene il nostro calcio sia in costante ricerca del campione che lo salvi, dell’uomo forte al comando, e ora va di moda Tresoldi). Lo riconosce persino suo padre: il ragazzo non aveva il talento di un fuoriclasse. È un buonissimo calciatore che ha trovato le condizioni per crescere. Proprio il genere di talento sul quale dovrebbe misurarsi dunque la capacità di un sistema, non l’ennesima occasione per montare una questione d’onore nazionale.

Se sceglierà l’Italia, dunque, benissimo. Se sceglierà la Germania, però, non ci sarà da sorprendersi. La Germania gli ha dato un campo, l’ha reso un calciatore. Se Tresoldi “non si sente italiano”, sportivamente parlando, non gli si possono dare tutti i torti.

30 anni, laureato in Giurisprudenza. È cresciuto in un tempo in cui gli idoli eri costretto a cercarteli da un’altra parte. Il suo, poco ortodosso per un napoletano, era Andriy Shevchenko. Forse anche per questo è grato a chi ha restituito il sogno ai bambini della sua terra. Crede nel fattore umano, nelle relazioni e nell’idea che, nel calcio come nella vita, siano le persone a fare la differenza.

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