Come lo spieghi a un tedesco quel che è successo in Figc? Malagò-Buonfiglio attori inarrivabili

Non è politica sportiva, è commedia dell'arte. Un'arte intraducibile all'estero. Il copione delle dichiarazioni post-voto al Palazzo dell'arte scritto da Flaiano e rivisto dai Monty Python

Come lo spieghi a un tedesco quel che è successo in Figc? Malagò-Buonfiglio attori inarrivabili

3FM12XY Italian football federation (FIGC) president Giovanni Malago and italian Olympic committee (CONI) president Luciano Buonfiglio attend the Nations League football match between Italy and Belgium at Stadio Olimpico in Rome (Italy), September 25, 2026.

Dev’essere per una forma di pudicizia se i giornali stranieri non hanno ancora (mentre scriviamo) pubblicato una riga sul golpe del cavillo fallito. Vallo a spiegare, ad un lettore tedesco, inglese o francese, che il presidente della Federcalcio Malagò viene soppiantato dal commissario straordinario Malagò in attesa che il candidato unico Malagò torni Malagò presidente della Federcalcio. Gli manca proprio l’alfabeto, la grammatica della raffinata commedia all’italiana. È come provare a comunicare con gli alieni (e non è detto che Denis Villeneuve non decida di girare un sequel di Arrival ambientato nel Palazzo del Coni). Gli approcci, i retroscena, le battute, le provocazioni, gli exploit: un’arte varia prodigiosamente messa in scena da Buonfiglio e Malagò. Due mattatori immarcabili.

Guzzanti in purezza

C’è una vecchia scena di Boris, con Corrado Guzzanti che forse traduce in un lampo il paradosso a cui abbiamo assistito rapiti. Quella in cui dice al povero stagista sottomesso: “L’unico tra noi che sta facendo uno sforzo per evitare che ti meni sono sempre io, la stessa persona che poi ti menerà”. Guzzanti interpreta Malagò, lo stagista è Buonfiglio.

Basta leggere gli editoriali di queste ultime settimane per farsi un’idea di quanto balorda sia stata tutta la vicenda, non se lo nascondono nemmeno loro. Malagò ieri ha avuto un sussulto d’onesta nel definirla una storia “triste e imbarazzante”. Ma lo scarto successivo è quello narrativo. È sul quel piano che i vertici della politica sportiva italiana sono leggenda. Le dichiarazioni post-voto rilasciate ai capannelli di giornalisti che schizzavano di qua e di là come sulle sponde d’un flipper sono un copione di Flaiano riscritto dai Monty Python.

“L’ho fatto per evitare imbarazzi e spaccature” diceva Malagò mentre a pochi metri Buonfiglio ululava al Coni “baluardo dei valori”. E mentre il Malagò uno e trino (presidente-commissario-candidato) festeggiava un trionfo plateale, l’altro ostinato gli serviva la battuta: “Per me non c’è chi ha vinto e chi ha perso, il punto focale è il rispetto delle regole. Io non personalizzo mai, sono un pubblico ufficiale e non mi posso permettere di sparare stronzate“. I cronisti registravano in sollucchero.

Nessuno si stava bevendo il rimpiattino, ma tutti erano come soggiogati dall’incontinenza sopra le righe di due performer in trance agonistica. E allora Buonfiglio ribaltava il tradimento raccontando Malagò come “vittima” collaterale di “un malfuzionamento”: “Si era candidato in buona fede. Quindi perché doveva pagare lui?”. E Malagò se la rideva descrivendo le “incomprensioni” con il suo ex vice che provava a disarcionarlo come “un termine affettuosamente eufemistico. Però questa è la vita. Affrontiamo tutto con serenità e con forza e schiena dritta”. L’espressione era da consumato viveur del palazzo, persino un po’ annoiato.

Il rimpallo agonistico

Sarà ovviamente Malagò ad essere eletto al posto di Malagò, e perché no? “Ha un curriculum perfetto”, porge la guancia Buonfiglio. “Il calcio è sempre stato dalla mia parte, non so come si può pensare che non lo sia stato. Sicuramente penso di avere la conferma dell’attuale fiducia”, conferma il percussore. “Meglio di così non si poteva fare”, provoca uno. “E’ una vittoria del buon senso e della logica delle cose”, replica l’altro. Un ritmo serratissimo, come uno scambio sulla diagonale del dritto tra Sinner e Alcaraz.

Da intenditori poi il rimpallo di Diana Bianchedi, la capodelegazione della Nazionale che s’era dimessa ma non doveva, accusata di un conflitto d’interessi che non aveva (così ha sancito l’Anac), che non poteva votare ma poi sì, e che ora dovrebbe tornare a Coverciano ma anche no. E’ un gioiello per feticisti del Palazzo. Con Buonfiglio che si augura “che ci ripensino e che respingano le dimissioni. Essendo Malagò ora commissario dovrò dire io a lui di reintegrare Bianchedi”. E con Malagò che nel puzzle di ruoli non ci si raccapezza nemmeno più e la butta in caciara istituzionale: “Mi manderà una lettera, io gli ho risposto che sicuramente è un tema che si dovrà affrontare ma non penso sia giusto che lo debba affrontare il commissario, bensì il presidente”. Cioé sempre lui. Applausi prima, poi standing ovation.

Ma i più attenti riescono ad intravedere sullo sfondo, come una filigrana, il Ministro dello Sport Abodi. Il sub-mandante dell’operazione per conto del governo. Abodi ha aspettato, ha incassato lo smacco del fallimento per conto terzi, e poi s’è aggiunto in appendice alla commedia: “Al calcio italiano servono serenità, responsabilità e lavoro comune, ognuno nel proprio ruolo e nel rispetto dei ruoli”. I ruoli che nel frattempo sono usucapiti, tutti – formalmente o meno – da Malagò.

La chiosa è da avanspettacolo in purezza. Buonfiglio annuncia che “ha vinto lo sport”. Malagò si prende il palco e si lascia andare ad un “viva l’Italia”. Il Paese che amiamo.