Svilar: “La parte più difficile del mio lavoro è pensare, non parare”

Alla vigilia di Roma-Inter al Corriere della Sera: il nemico non sono gli attaccanti, ma la testa. "Un portiere deve pensare negativo, ipotizzare sempre lo scenario peggiore"

Svilar: “La parte più difficile del mio lavoro è pensare, non parare”

As Roma 26/02/2024 - campionato di calcio serie A / Roma-Torino / foto Antonello Sammarco/Image Sport nella foto: Mile Svilar

Svilar e i pensieri negativi sono il cuore di una lunga intervista al Corriere della Sera alla vigilia di Roma-Inter, già scontro scudetto: “Il mio vero nemico è il pensiero”, dice il portiere della Roma. Detto da un fenomeno negli uno contro uno come lui, fa effetto.

Svilar e i pensieri negativi: “pensare è più difficile che parare”

La spieghi meglio.

“Lo sa qual è la parte più difficile del mio lavoro? È quella in cui non faccio niente. Anzi, quella in cui tutti credono che non faccia niente.”

E invece cosa fa?

“Penso. Che è più difficile di parare. E sì, perché è più semplice essere sempre sotto stress con gli interventi, lì non hai tempo di ragionare, ti aiuti con l’istinto. Ma in una squadra dominante come la Roma, che la maggior parte della partita la gioca nell’altra metà campo, io passo molto tempo solo con me stesso. E devo pensare. E penso negativo, un portiere deve farlo, deve ipotizzare sempre lo scenario peggiore. Il rischio è che i pensieri negativi ti travolgano.”

Come si combatte?

“Nel giorno della partita faccio una seduta con il mio mental coach. Sempre, non la salto mai. Facciamo un po’ di visualizzazione, di respirazioni. Ecco, quelle sedute mi aiutano a trasformare i pensieri negativi di cui parlavo prima in positivi, quantomeno in neutrali. Insomma: so che arriverà il peggio ma sono preparato ad affrontarlo.”

Una riflessione che va oltre il ruolo e tocca il cuore del mestiere: come diceva Gilardino, le grandi imprese si costruiscono con gioco, tattica e psicologia.

Cosa gli chiede Gasperini e il gioco dal basso

Che cosa le chiede Gasp di diverso dagli altri tecnici?

“Sa in che cosa il mister è realmente differente? Che mi lascia libero nelle scelte, lui sì. Proviamo qualcosa con i piedi, anche se è più difficile con le nuove regole. Ma non vogliamo mai prendere rischi inutili. Nel calcio di oggi tutti vogliono inventarsi qualcosa col gioco dal basso: è esagerato, gli errori costano punti.”

Un pragmatismo che sposa la filosofia del suo allenatore, reduce dalle dichiarazioni in cui rimanda i discorsi scudetto a dopo venti gare.

Il segreto negli uno contro uno e la lezione di papà Ratko

Qual è il suo segreto negli uno contro uno?

“Il timing, credo di avere tempismo nelle uscite basse, nel capire subito qual è la scelta giusta. Forse è così perché fin da bambino lo facevo, mi buttavo tra i piedi degli altri imitando mio papà.”

Suo padre Ratko, portiere della Jugoslavia. C’è una cosa che le ha trasmesso?

“La velocità e la spinta. E il lavoro.”

In che senso?

“Quando avevo 14-15 anni vedevo i miei amici divertirsi e per un po’ ho pensato che potessero convivere allenamento e divertimento. Mio padre un giorno mi disse ‘Mile, se vuoi arrivare, devi rinunciare a qualcosa’. Gli ho dato retta, aveva ragione.”

Il ritratto di un portiere moderno, tanto forte con le mani quanto lucido con la testa, che l’Inter conosce bene e che sarà uno dei duelli-chiave del big match — lo stesso di cui, con un pizzico di nostalgia, ha parlato pure Massimo Moratti alla vigilia.