Le interviste ai giocatori nell’intervallo non hanno senso, domande e risposte inutili: aboliamole

Anche il New York Times dice basta allo sperpetuo di dichiarazioni inutili strappate per contratto. Noi abolirremmo anche quelle post-partite: parlino quando hanno qualcosa da dire

Le interviste ai giocatori nell’intervallo non hanno senso, domande e risposte inutili: aboliamole

Ogni volta che un microfono di avvicina ad un giocatore, soprattutto a fine primo tempo, un cellula cerebrale si suicida. Se le interviste post-partita (del calcio, altrove non è così) erano già un genere letterario a sé – il vuoto pneumatico – quelle durante le partite ne sono l’evoluzione non-sense. Se n’è accorto anche il New York Times, che scrive: “Nella maggior parte dei casi, queste interviste sono una perdita di tempo che apporta ben poco valore a chiunque. È ora di abolirle“.

Interviste de che?

Anche al di fuori della pressione di una partita – scrive il Nyt – i calciatori di alto livello spesso si ritrovano a dover rilasciare interviste ai media sotto pressione, ma se la tensione di un tempo di Premier League è alle stelle e ne hanno un altro davanti, è comprensibile che non gradiscano affatto avere un microfono puntato in faccia. Le interviste a giocatori e allenatori durante l’intervallo sono una consuetudine in Premier League dall’inizio della stagione 2025-26, ma è lecito chiedersi se si possano davvero definire interviste. Si tratta di brevi frammenti di conversazione, una manciata di domande sbrigative e frettolose che generalmente ricevono risposte altrettanto sbrigative, perché gli intervistati hanno cose più importanti da fare”.

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“I media parlano con giocatori e allenatori prima delle partite. I media parlano con giocatori e allenatori dopo le partite. È assolutamente necessario che i media parlino con giocatori e allenatori anche durante le partite?”. Ovviamente è un segmento commerciale, previsto da accordi. Le interviste possono svolgersi a bordo campo, nel tunnel o nell’area designata, ma non devono impedire o ritardare la ripresa del gioco. I club possono revocare gli accordi precedentemente stipulati se la partita non si svolge come previsto. Il regolamento della Premier stabilisce che queste interviste “non devono consistere in più di tre domande, tutte relative alla partita di campionato e di natura positiva”.

Non è colpa di chi fa le domande

Continua il Nyt: “C’è una diffusa frustrazione, in parte giustificata, tra i media calcistici riguardo all’accesso a giocatori e allenatori. La situazione è molto diversa rispetto ai grandi sport americani tradizionali, dove i giornalisti sono autorizzati, per un periodo di tempo prestabilito, a girare per gli spogliatoi e a chiedere praticamente qualsiasi cosa a chiunque. Questo porta a un punto di saturazione in cui, molto spesso, i giornalisti parlano con gli allenatori così tante volte da non avere più argomenti da trattare. Nel calcio, le cose sono molto più regolamentate. Nella maggior parte dei casi, senza contatti eccezionali e solide relazioni pregresse, quando si invia una richiesta di colloquio a un grande club di Premier League per una figura di spicco, se si è davvero fortunati, si riceverà un “no”. Tutto è strettamente controllato”. 

Il problema successivo è che in contesto così “se si offre a un giornalista la possibilità di porre alcune domande a un calciatore di alto livello, pochi si opporranno. I giornalisti partono dal presupposto che anche l’intervista apparentemente più sterile e inutile debba essere colta, nella speranza che il soggetto possa dire qualcosa di interessante, di esplosivo o di divertentemente inopportuno, perché, molto raramente, accade. Ma non spesso. Il che, di solito, non è colpa dell’intervistatore: quando il numero delle domande, l’argomento di tali domande e persino il tono di tali domande sono prestabiliti in anticipo… beh, è ​​un compito arduo”.

“Che cosa ci guadagniamo da tutto questo? Le interviste sono così brevi che è improbabile che si riesca a ricavare qualcosa di veramente interessante”.