Allegri burning (alle radici dell’odio)

Fiumi di livore e malafede nei confronti del tecnico che ha la massima colpa di non aver aderito al mainstream. L'Arsenal dipinto come una squadra quasi abbordabile. È sempre e solo colpa di Allegri il male assoluto del football

Allegri burning (alle radici dell’odio)

Dc Castel di Sangro 05/08/2026 - amichevole / Napoli-Osasuna / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Massimiliano Allegri

Un tempo era colpa di Alfredo. Oggi è colpa di Allegri

Era colpa di Alfredo. Oggi Vasco Rossi cambierebbe titolo. Oggi è colpa di Allegri che con i suoi schieramenti vetusti e inopportuni, ci fa sciupare tutte le occasioni.

Lascia senza parole la quantità di livore frammisto a disprezzo che con nonchalance viene puntualmente riversata sull’allenatore livornese che adesso siede sulla panchina del Napoli. Qualsiasi cosa possa accadere, la responsabilità è sempre e comunque del buon Max. Che è riuscito finanche nella titanica impresa di trasformare l’Arsenal in una squadra abbordabile (sempre per i benpensanti).

Perché è con i giudizi post-Arsenal che è emerso in tutto il suo nitore la malafede nei confronti di Acciughina. “C’è modo e modo di perdere”. “Non è vero che l’Arsenal è ingiocabile”. “Se rinunci a tutto, finisce che perdi”. E così, di fiore in fiore. Parliamo di quella che oggi è probabilmente la squadra più forte d’Europa. Che lo scorso anno a San Siro ha scherzato l’Inter, le ha rifilato tre schiaffi e l’ha mandata a giocare ai giardinetti. Tre al Bayern, quattro all’Atletico Madrid. Ha chiuso la Champions senza sconfitte, la finale l’ha persa solo ai rigori. Quest’anno, ha solo vinto. Ha preso a pallate il City di Maresca nel Community Shield.

Ma, attenzione, Allegri si è consegnato. Non è così che si perde. Il mainstream invece ama perdere come fece Palladino (nome non casuale) contro il Bayern: sei a uno. E andò anche in tv a rivendicarlo il gioco a viso aperto. Disse che sarebbe servito per il futuro.

Il Napoli ha perso 1-0 con l’Arsenal, non 6-1. E De Bruyne nel finale poteva segnare

Il Napoli brutto sporco e cattivo del livornese era 0-0 al 75esimo. E a due minuti dalla fine De Bruyne ha avuto un pallone che uno come De Bruyne avrebbe potuto anche scaraventare in rete. La stessa cosa è accaduta a San Siro contro l’Inter. Il Napoli si è divorato il gol vittoria al minuto 88 con Anguissa e poi il livornese è stato travolto dalla valanga di derisione. Come se avesse perso contro il dopolavoro ferroviario.

Allegri è nel calcio il fenomeno più vicino a quello che abbiamo vissuto con Berlusconi in politica (Giuseppe Alberto Falci ci ha scritto un libro su questo: “A corto muso”). Non venivano criticate le sue idee, le sue posizioni. No. Era diverso. Non veniva accettata la sua presenza in politica. Era oggetto di odio. Lo stesso vale per Allegri. Non è concepito che possa allenare. In questa valanga di livore in cui ci siamo imbattuti sul web, siamo risalti persino in Francia dove in uno studio tv hanno dichiarato che è orribile come Allegri possa anche stare lì a fare il suo allenatore. Siamo rimasti senza parole. Ormai è il male assoluto del football.

È ormai un odio sovranazionale. E, per quel che riguarda l’Italia, al pari di Berlusconi, essere anti-Allegri paga dal punto di vista giornalistico. Ti facilita la carriera.

berlusconi

Trattato come se fosse un vecchio rincoglionito

Allegri può non piacere. Ma da qui a trattarlo come se fosse un mentecatto, un ferro vecchio, un vecchio rincoglionito (anche questo abbiamo letto), uno che nella vita fa un altro lavoro, ce ne passa eccome.

Ma che cosa ha fatto per attirarsi tutto questo odio che non ha eguali nel mondo del calcio? Si è semplicemente opposto alla rivoluzione dei capiscer, degli inventori. Al nuovo mainstream. Ha osato dire – e ancora osa dirlo – che il calcio non è solo tattica. Che conta, e tanto, la tecnica. Che devi saper giocare. Che devi saper fare le scelte giuste. Conta molto più del pressing alto o basso: lo ha ripetuto l’altra sera a Sky e in studio c’era il solo Del Piero ad annuire. Gli altri lo hanno guardato come se stesse parlando un povero anziano non più presente a sé stesso.

Allegri paga questo: paga l’essersi incistato in questa guerra civile del calcio italiano. E nel campo di battaglia la malafede deborda. Quando Maldini e Leonardo poche settimane fa – in piena tempesta Nazionale – hanno ripetuto quel che Allegri dice da un decennio e cioè che la crisi del calcio italiano è una crisi tecnica dovuta alla sciagura delle scuole calcio in mano a guardiolicchi, nessuno – ripetiamo: nessuno – gli ha riconosciuto la primogenitura della scoperta del peccato originale. Come se lui non avesse mai parlato. Come se non esprimesse questi concetti da almeno dieci anni. Perché è una guerra di religione e nelle battaglie fondamentaliste il nemico va eliminato fisicamente. Punto.

Thiago Motta

Spalletti e Thiago Motta alla Juve hanno fatto meglio di lui?

Altro tema assurdo agitato dai suoi detrattori. “Sono otto anni che non vince”. Scusate, ma chi è andato alla Juventus dopo di lui ha fatto meglio di lui? Per Thiago Motta fu allestita una campagna acquisti monstre e venne esonerato. Spalletti nemmeno la Champions ha centrato. E il Milan? Vediamo. Nel frattempo ad Amorim hanno comprato calciatori per 170 milioni, segno che la squadra non era poi così forte. Lui con quel Milan ha quasi lottato per lo scudetto prima del tracollo finale dovuto a tante ragioni extracampo.

Il Napoli ha perso tre partite su quattro. È un dato incontrovertibile. Ma per Max gli alibi non esistono. Nessuno che dica diamogli tempo. Ora sta cominciando a emergere che la rosa del Napoli è vecchia, è logora. Che il club non ha fatto mercato. Antonio Conte (anche lui incredibilmente tartassato a Napoli da non pochi competenti della domenica) non è che lasciava otto milioni netti sul tavolo se non avesse subodorato che la rosa era logora. Max ha accettato tutto. Si è fidato di sé, dei calciatori. E di De Laurentiis. Ma di questo parleremo in un altro articolo.