Napoli non è di De Laurentiis ma non è nemmeno di chi urla in curva di esserne il solo proprietario
DI MASSIMO PAOLUCCI - Napoli è di chi la ama senza chiedere in cambio la vittoria a ogni costo. Assurda la contestazione a De Laurentiis, così come sono assurdi i veleni su Allegri e i calciatori al minimo errore. Se è una minoranza rumorosa, allora il problema è la maggioranza silenziosa

Db Riyadh 22/12/2025 - finale Supercoppa Italiana / Napoli-Bologna / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Aurelio De Laurentiis
Napoli è Napoli
Comincio da una confessione, perché mi sembra onesto. Aurelio De Laurentiis non mi è mai stato simpatico. Mi infastidisce l’arroganza, mi infastidiscono le dichiarazioni sempre fuori tono, quel gusto di provocare che sembra ormai un metodo. E soprattutto mi manda in orticaria la sua pretesa di atteggiarsi a padrone di Napoli, quando è semplicemente il presidente di una squadra di calcio. Napoli è un’altra cosa. È una grande capitale, con una storia lunga secoli, e per possederla, ammesso che qualcuno possa, ci vuole ben altro di uno che compra e vende cartellini.
Detto questo, e con la stessa franchezza, penso che si debba essere fuori strada per contestarlo come presidente della nostra squadra. La sua gestione ha portato soddisfazioni grandi e vittorie vere. È un fatto, non un’opinione. E la riconoscenza non è un regalo che si concede per generosità, è un sentimento onesto, e dovuto. Si può detestare l’uomo e riconoscere i risultati del dirigente. Sono due cose diverse, e tenerle insieme non è incoerenza, è lucidità.
Per questo trovo incomprensibile quello che ho visto contro l’Arsenal. Che si critichi il suo operato è legittimo, ci mancherebbe. Ma allo stadio l’affetto o la stima per il presidente vengono dopo tutto il resto. Anzi, non c’entrano proprio. Allo stadio si tifa, sempre e soltanto, senza sosta, per il Napoli. In una notte di Champions difficile, con la squadra in affanno e reduce da due sconfitte, una parte della curva ha scelto di contestare la presidenza invece di spingere la squadra, e per mezz’ora il Maradona è rimasto muto e diviso. De Laurentiis quella sera non era neppure allo stadio, e questo rende tutto ancora più assurdo, perché a farne le spese non è stato lui, è stata la squadra. Non a caso il resto dello stadio ha fischiato la curva. Quello non è tifo. È un’altra cosa, e non ha un nome nobile.

Il tifo non può essere subordinato ai risultati
Perché il tifo, se ha un senso, non può essere subordinato ai risultati. Se sostieni solo quando si vince, non stai tifando, stai facendo un calcolo. Salire sul carro dei vincitori è un mestiere antico, ma è l’esatto contrario dell’amore per una maglia.
E qui c’è un errore clamoroso, che sta dietro tanti di questi comportamenti e di tanti commenti. Il Napoli non è il Real, non è il Barcellona, non è il Paris Saint-Germain, non è il Bayern, non è il City. Non è una di quelle squadre condannate ogni anno ad arrivare prime. Il Napoli è una squadra forte tra squadre forti. Può arrivare terzo, può arrivare quarto, in un anno storto può perfino non qualificarsi alla Champions. Sono cose che capitano ai grandi club, non offese da lavare. E non possono cambiare di un grammo il nostro sostegno.
In questo clima avvelenato, il modo in cui viene trattato Allegri è francamente ingiustificato. Il suo calcio difensivo non piace neppure a me, lo dico chiaro. Ma da lì a trattarlo come il becchino del Napoli ce ne passa. Allegri ha vinto sei scudetti e una montagna di trofei, e allenatori con una filosofia più o meno simile, penso a Mourinho, continuano a vincere ovunque vadano. Si può discutere il gioco. Non si può cancellare una carriera perché a settembre le cose non girano.

Anguissa preso di mira per qualche partita sbagliata
E non è soltanto l’allenatore. La stessa furia, spesso con parole che è persino imbarazzante riportare, si abbatte sui giocatori. Penso a Zambo Anguissa, uno che con questa maglia ci ha fatto vincere, preso di mira con insulti volgari e sentenze da tribunale per un errore o per una partita storta. Ecco, questo lo trovo davvero inascoltabile. Verso chi ci ha dato gioie l’affetto non può essere a intermittenza, acceso quando segna e spento quando sbaglia. Un campione non smette di essere un campione perché una domenica gli gira male. E poi mi faccio una domanda semplice, che cosa resta dello sport se togli l’affetto e la riconoscenza verso i suoi campioni. Resta un conto da pareggiare, un bilancio, il tifo ridotto a pretesa. Cioè l’esatto contrario di quello per cui, da ragazzini, ci siamo innamorati di questo gioco.
C’è poi un rovesciamento che mi lascia sconcertato. Si è cominciato a usare aziendalista come un insulto. Ma essere leali con la propria società, non accampare scuse, non scaricare sugli altri le proprie responsabilità, dovrebbe essere una virtù, non una colpa. La colpa vera sarebbe l’opposto, pensare prima ai propri interessi, montare polemiche per salvare se stessi. Rovesciare così le parole, chiamare difetto la lealtà e furbizia il tirarsi indietro, dice più su chi giudica che su chi è giudicato.
Del resto, i critici di oggi sono in buona parte gli stessi di ieri. Sono quelli che hanno bombardato Conte, uno scudetto, un secondo posto e una Supercoppa in due stagioni. Sono quelli che discutevano perfino Ancelotti, uno degli allenatori più titolati della storia. Sono quelli che volevano cacciare Spalletti al primo anno, dopo una sconfitta a Empoli, l’allenatore che ci ha poi riportato allo scudetto dopo trentatré anni. Sono i sapientoni che sanno tutto. Quelli che, oltre a spiegare all’allenatore come si fa giocare una squadra, spiegano al medico come si cura e al professore come si insegna.

A Napoli il problema è la maggioranza troppo silenziosa
Probabilmente è una minoranza rumorosa. Lo credo davvero. Ma allora il problema è un altro, ed è la maggioranza troppo silenziosa. È insopportabile il silenzio di quella parte della città colta, influente, che dovrebbe prendere posizione e invece tace e troppo spesso liscia il pelo a questa minoranza di tifosi, o forse di non tifosi. Il consenso pigro dei molti è ciò che dà coraggio all’arroganza dei pochi.
Un’ultima cosa, sulla protesta degli striscioni, dove non bisogna essere ambigui. Ci sono due piani, e vanno tenuti distinti. Il primo non è negoziabile. Non si può accettare, e le inchieste di Milano e Torino sulle curve lo hanno mostrato con chiarezza, che quello che accade sugli spalti sia una zona franca, al di sopra della legge e delle regole. Questo è inaccettabile, e va detto senza giri di parole. Il secondo piano, quello degli striscioni in sé, è francamente minore, e lì si confrontano due ragioni comprensibili. È legittimo che la società voglia recuperare spazi per la pubblicità. Ed è altrettanto vero che una curva senza striscioni è quasi una contraddizione in termini, purché si parli di striscioni e non di quei vessilli violenti che alimentano odio. Servirebbe buon senso, e un compromesso intelligente. Due parole che, di questi tempi, sembrano bandite dal vocabolario.
Perché alla fine il punto è semplice, e sta tutto nella prima riga. Napoli è Napoli. Non è di De Laurentiis, e non è nemmeno di chi urla in curva di esserne il solo proprietario. È di chi la ama senza chiedere in cambio la vittoria a ogni costo. E chi la ama, allo stadio, tifa. Punto.