“Sei degno di tuo padre”: addio a Sandro Mazzola, e quella maglia di Puskas al Prater
Un ricordo, a partire dal bellissimo racconto di Maurizio Crosetti su Repubblica, di un campione che portò per tutta la vita, dentro di sé, quella collina.

1973 archivio Storico Image Sport / Italia / Sandro Mazzola-Enzo Bearzot / foto Aic/Image Sport
Sandro Mazzola si è spento ieri sera a 83 anni, e con lui se ne va uno dei calciatori più moderni e totali che l’Italia abbia avuto. Come ricorda un lungo, commosso ritratto di Repubblica, dietro il campione — la mezzala d’attacco che lavorava per la squadra, l’artista e l’agonista insieme — c’è sempre stata la storia di un figlio: quello di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino perito nella tragedia di Superga quando Sandro aveva appena sette anni.
Sandro Mazzola e le due condanne: Superga e l’ombra del padre
Repubblica scrive che Mazzola visse con due condanne interiori: l’abbandono da bambino e il confronto perenne col padre. Della seconda si liberò diventando un fuoriclasse; della prima, mai. Il dolore per quella collina restò una ferita aperta: ci saliva sempre, ma da solo, mai nelle commemorazioni ufficiali. Lo aveva raccontato ricordando il suo esordio in Serie A, a Torino contro la Juventus nel 1961:
“Andando allo stadio guardai dal pullman la basilica di Superga e mi tremarono le gambe. Credevo che papà non ci fosse più, mi ero abituato alla sua assenza, e invece c’era sempre.”
Quando, già dirigente, gli fu proposto di salire lassù per un servizio sulle tracce del padre, rispose con gentilezza: “Magari un’altra volta”. E c’era anche l’altra condanna, quella del cognome:
“A volte mi dicevano che ero lì soltanto per il mio cognome, e ci restavo male. Poi, per fortuna, quasi tutti hanno cambiato idea.”
Dalla staffetta con Rivera alla doppietta di Vienna
Da quel ragazzo nacque un calciatore totale. Fu al centro della famosa staffetta con Gianni Rivera decisa da Valcareggi, che nessuno dei due capì mai: “Potevamo giocare insieme”, disse il milanista; “Dovevamo giocare insieme“, rincarò Mazzola. A Messico ’70 Sandro giocò il primo tempo del romanzesco Italia-Germania 4-3 e Rivera il secondo; in finale contro il Brasile di Pelé il titolare fu ancora lui, mentre a Rivera restarono gli ultimi minuti al posto di Boninsegna — una pagina di storia delle sostituzioni discussa per decenni.
La sua grandezza definitiva, però, era già arrivata prima: nel 1964, al Prater di Vienna, con una doppietta al Real Madrid nella finale di Coppa dei Campioni. A fine partita il leggendario Puskas gli porse la propria maglietta bianca:
“Ho giocato contro tuo padre e tu sei degno di lui, tieni questa, è per te.”
Le “pillole magiche” di Herrera e il padre che allaccia le scarpette
Fu con Helenio Herrera che la Grande Inter divenne un’assoluta potenza internazionale. Del “mago” e delle sue celebri pillole colorate Mazzola dava una versione disincantata:
“Erano palline colorate di zucchero e polvere di caffè, ma in effetti ci davano una bella carica.”
Dopo Superga, a occuparsi di Sandro e del fratello Ferruccio fu un altro grande interista, Benito Lorenzi detto Veleno, che portò il ragazzo all’Inter e gli comprò la prima divisa e le scarpette. Ed è proprio con un paio di scarpette che Repubblica chiude, evocando una fotografia allo stadio Filadelfia: Valentino che le allaccia al piccolo Sandro in maglia granata, il futuro ancora intatto. Ci piace pensarli così, di nuovo insieme. Il Napolista si unisce al cordoglio, come già nel primo ricordo dedicato all’alfiere nerazzurro.