“Il cuore non si trasferisce”: Valdano, cinquant’anni in Spagna, spiega perché stanotte soffrirà con l’Argentina

Il campione del mondo dell'86 che vive da mezzo secolo in Spagna racconta il conflitto più dolce: quello tra la gratitudine per il Paese che l'ha accolto e la memoria della terra che l'ha cresciuto.

“Il cuore non si trasferisce”: Valdano, cinquant’anni in Spagna, spiega perché stanotte soffrirà con l’Argentina

Atlanta (Stati Uniti) 07/07/2026 - Mondiali di Calcio 2026 / Argentina-Egitto / foto Psnewz/Image Sport nella foto: Lionel Messi-Lautaro Martinez

C’è chi la finale la vive come un derby dell’anima. Sul quotidiano El País, nella rubrica “El juego infinito”, Jorge Valdano — campione del mondo con l’Argentina nel 1986, ma spagnolo d’adozione da cinquant’anni — firma una colonna intitolata “El corazón no se muda”, “Il cuore non si trasferisce”. Ed è una piccola lettera d’amore al calcio e alla doppia identità.

La battaglia interiore: memoria contro gratitudine

Per Valdano una finale mondiale somiglia a “un porto d’arrivo”, e questa in particolare lo obbliga a spiegare chi è. Nessuna guerra in campo, dice: “L’unica battaglia che spero di combattere la combatterò dentro di me: tra la memoria e la gratitudine”. Perché il calcio, scrive, “ha la cattiva abitudine di porre al cuore domande che la ragione sembrava aver già risolto”.

L’ammirazione per la scuola spagnola

Il lato “ragione” è tutto per la Spagna. Valdano ne ammira lo stile “che il tempo ha trasformato in scuola”, capace di arrivare in finale nella stessa settimana in cui vinceva l’Europeo Under 19 maschile e femminile. Una nazionale che “misura i giocatori dalla taglia del talento” e “gioca tutti per tutti”, in un calcio sempre più atletico — quello che lui stesso ha criticato quando diventa solo fisicità. E non è un caso: De la Fuente, con buona parte di questa rosa, era campione U19 e U21 anni fa. “Questa finale, lungi dall’essere una casualità, dà senso a un progetto”.

Il cuore, però, è argentino

Poi c’è la “memoria”, ed è tutta albiceleste. Valdano esalta la cultura sociale del calcio argentino: “più di 12.000 club sociali” in ogni quartiere, una “scuola di convivenza” da cui passano tutti prima dei grandi club europei. E su Messi non ha dubbi: dopo la rimonta contro l’Inghilterra, “a puro fútbol, a puro Messi”, la Pulce “è ormai sinonimo di calcio”. Ma la ragione più profonda è personale:

“In Spagna c’è la mia vita adulta: moglie, figli, amici, professione. Non è un Paese straniero per me, ma il luogo che mi ha permesso di costruirmi. Ma l’Argentina è la mia infanzia, la mia prima maglia, la lingua del calcio con cui ho imparato a emozionarmi”.

È il ricordo “favoloso” del 1986, delle prime voci che gli hanno insegnato il gioco.

“È il massimo che posso fare”

Da qui la confessione che dà il titolo alla colonna e al nostro pezzo: “Quando inizierà la partita ammirerò cose della Spagna che sento come mie, perché hanno contribuito a costruire la mia vita. Ma soffrirò con l’Argentina”. Non per amore di una bandiera contro un’altra, precisa, ma perché il cuore, semplicemente, “non si trasferisce”. E la chiusura è disarmante nella sua onestà: “Sarò contento se vince l’Argentina, non sarò triste se vince la Spagna. È il massimo che posso fare”. Il rovescio luminoso di una finale che, tra Messi e Yamal, è già piena di storie: perché, come ricorda Valdano, nel calcio “ci sta dentro la vita”.