Nel calcio come in politica, il vecchio ordine mondiale sta crollando: il Mondiale ribalta le gerarchie (e riesce contro Infantino)
Secondo un editoriale del Guardian il torneo americano sta scardinando le gerarchie del pallone esattamente come la geopolitica sta scardinando quelle del mondo.

FIFA President Gianni Infantino gestures during a press conference with the World Cup trophy on the eve of the opening match of the 2026 World Cup football tournament at Mexico city stadium in Mexico City on June 10, 2026. (Photo by Alfredo ESTRELLA / AFP)
Il grande tema di questo Mondiale è il crollo delle gerarchie. Come scrive Simon Tisdall sul Guardian, di tutte le forzature di Donald Trump la sua ingerenza furtiva su USA-Belgio — la riammissione di Balogun — ha scatenato la reazione globale più unanime e furiosa. Il mondo ama il calcio, non ama lui. E gli Stati Uniti hanno perso lo stesso, travolti 4-1 dal Belgio: karma, lo chiama Tisdall, una moderna morale che illumina i limiti dell’autoritarismo.
Mondiale, le gerarchie che saltano: superpotenze fuori, piccole protagoniste
Il quadro è quello di un ribaltamento quasi carnevalesco. Le superpotenze deludono: la Cina fuori nonostante gli investimenti statali, la Russia bandita, gli Usa ancora “pesci piccoli” del soccer. Otto dei dieci Paesi più popolosi del pianeta sono assenti — Cina e India comprese — mentre a segnare in grande sono le nazionali-minnow: Capo Verde, Curaçao, RD Congo, Ecuador, Bosnia. È lo stesso movimento per cui, in Europa, anche il vecchio calcio del Continente perde i pezzi: le gerarchie di sempre vacillano.
E la partita simbolo è proprio quella degli ottavi. La vittoria del Belgio sui co-padroni di casa, dopo che la FIFA aveva rimesso in campo l’espulso Balogun su richiesta di Trump, per Tisdall è un trionfo tanto sportivo quanto democratico: le manovre di un “bullo megalomane” e di un’organizzazione nota per corruzione e avidità, scrive, sono state sventate sul campo.
Un Mondiale che riesce nonostante Infantino
Il cuore dell’analisi è qui. Come le edizioni di Russia e Qatar, questo Mondiale funziona malgrado la FIFA e il suo capo, non grazie a loro. Dynamic pricing e merchandising raccontano le priorità di Infantino: potere e denaro. Aveva blandito Putin nel 2018, gli autocrati del Qatar nel 2022, ora Trump — con il premio per la pace fasullo e i tifosi di Haiti, Costa d’Avorio e Senegal lasciati a piedi. Il risultato, però, è che le tensioni stanno ulteriormente scardinando lo status quo: la UEFA è ai ferri corti con la FIFA sul caso Balogun e sulla Russia, ha respinto gli hydration break e ha affidato un incarico di peso all’arbitro somalo Artan che la FIFA non aveva protetto. Uno strappo che, nota Tisdall, ricalca il solco tra Trump e i suoi autoritari da una parte e le democrazie europee dall’altra.
Nel frattempo le africane, più numerose che mai, pretendono di contare di più, e l’Egitto di Hossam Hassan accusa: “È tutto una questione di soldi, vogliono Messi nel torneo”. Con il 2030 a sei Paesi ospitanti all’orizzonte, le vecchie gerarchie monopolistiche — nel calcio come in politica — “vacillano e si sgretolano”.
Solo retorica? Forse no
Tisdall conosce l’obiezione: i Mondiali non cambiano nulla, ci si emoziona, l’Inghilterra perde ai rigori e si torna al calcio dei club e alla politica di sempre. Dopo la Francia multietnica del 1998 si diede per spacciata l’estrema destra francese, e non accadde. Eppure, tra un episodio brutto e l’altro — dal razzismo su Mbappé della senatrice paraguaiana (“Mbappé 8, bigotti 0“, la replica) alle molestie all’Iran — il torneo si è trasformato in una festa di multiculturalismo dal basso, uno schiaffo a Trump e Farage. Stavolta, si augura Tisdall, potrebbe restarne un “rimbalzo” duraturo verso più giustizia ed equità globale. Un obiettivo che, conclude, “vale la pena”