La post-verità e la perdita dell’innocenza dello sport: ormai il risultato sul campo non è più il risultato

Ormai è tutto un ricorso, un cavillo, un maneggio regolamentare. Le contestazioni al Tribunale sportivi di Losanna sono passate da 7 nel 1990 a quasi mille oggi. Il Guardian riflette sulla sconfitta dell'equità. Lo sport è una metafora della società, come al solito

La post-verità e la perdita dell’innocenza dello sport: ormai il risultato sul campo non è più il risultato

Db New York (Stati Uniti) 13/07/2025 - FIFA Club World Cup 2025 / Chelsea-Paris Saint-Germain / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Donald Trump-Gianni Infantino

Il caso Balogun, con Trump che chiama Infantino per cancellare la squalifica dell’attaccante degli Stati Uniti, è solo la punta dell’iceberg. L’iceberg è – a guardarlo da lontanissimo – la perdita dell’innocenza sportiva: l’equità non è più tale, le fondamenta sono fragili, potrebbe crollare tutto. Lo sport, una volta di più, è una metafora di tutto il resto. Almeno nella lettura che ne fa Jonathan Liew sul Guardian. Il quale parte addirittura dalla gara di Formula 2 a Spa di domenica scorsa, come spunto.

La partita che non finisce più

Senza entrare nel dettaglio, un pilota è stato squalificato tre ore dopo la fine della corsa per aver usato delle cuffie non regolamentari. Un cavillo spettacolare. Liew è ironico: “Potremmo ovviamente dedicare un intero articolo alla pedante stranezza del regolamento FIA, alla sua incrollabile predilezione per le penalità insignificanti e alla burocrazia senza senso. Guardate una qualsiasi gara di F1 e invariabilmente, dopo pochi giri, sullo schermo comparirà la minacciosa scritta “Commissari FIA”, seguita da qualche infrazione di poco conto che richiede una punizione immediata e in grado di influenzare la gara. (“Penalità di 8,5 secondi per la vettura numero 34 – Mangiare un Twix al volante”). In ogni caso, il punto qui è più ampio. In misura crescente e allarmante, lo sport non si conclude più sul campo di gara. Il risultato non è più il risultato. Ciò che accade là fuori è spesso solo un pretesto, una base per negoziazioni, contenziosi e nuove controversie: non la fine di una disputa, ma solo l’inizio di una nuova”.

Secondo l’editorialista del Guardian “questo processo assume molte forme. (…)  Lamentarsi di un risultato sportivo è una cosa. Contestarlo è tutt’altra cosa, e un fenomeno che va ben oltre papà Trump e le sue recenti invocazioni ai Mondiali e all’Open di golf. Nel 1990, il tribunale arbitrale sportivo di Losanna, istituito da poco, ricevette un totale di sole sette richieste. Fino agli anni 2000, ne esaminava non più di qualche decina all’anno. Ora quel numero si avvicina a 1.000, e spazia dalle questioni minori a quelle di portata epocale”.

Balogun

Ve la ricordate la finale di Coppa d’Africa decisa a tavolino un paio di mesi dopo? Ecco. O la battaglia legale tra la Premier League e il Manchester City che si protrae ormai da quattro anni, “una situazione assurda per una competizione sportiva: quasi un lustro in cui la sua storia e la sua eredità, un’intera era del calcio inglese, vengono messe in discussione molto lentamente, in una stanza, in segreto”.

Il calcio tossico trascina tutto giù

“Il calcio è chiaramente il principale colpevole: troppo grande e troppo ricco, troppo tossico e troppo tribale, gestito in modo troppo lassista e incompetente. Praticamente a ogni livello, dai campionati dilettantistici fino ai Mondiali, il calcio è da tempo amministrato secondo il principio che prima si incassano i soldi e poi si sistemano i dettagli”.

“Forse tutto ciò era inevitabile in un mondo che, silenziosamente, sta soppiantando l’idea di regole con quella di potere bruto. Le regole – almeno in teoria – implicano equità, il concetto che siamo tutti uguali e che dobbiamo essere trattati allo stesso modo. Ma cosa succede se – nel profondo – non credi che siamo tutti uguali? Cosa succede se il tuo scopo nella vita è garantire che alcuni (cioè tu) siano trattati meglio di altri? Cosa accade in un contesto in cui l’equità non è un ideale, ma il nemico?”.