L’Italia insegue Guardiola, El Paìs: “Inutile provare a copiare il modello spagnolo”

Non è episodico. E' un progetto che va avanti da molti anni. "Qualsiasi imitazione maldestra nella migliore delle ipotesi produrrà un paio di anni di successi e forse uno o due titoli. Ma un'era è un'altra storia"

L’Italia insegue Guardiola, El Paìs: “Inutile provare a copiare il modello spagnolo”

Mg New York (Stati Uniti) 19/07/2026 - Mondiali di Calcio 2026 / Spagna-Argentina / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Luis de la Fuente

L’Italia e il modello spagnolo

Il viaggio di Maldini e Leonardo verso la nostra Itaca, cioè Pep Guardiola, non si sa ancora come è andato a finire. Intanto dalla Spagna, per vie traverse, El Paìs avverte chi volesse copiare il modello di crescita che ha portato la Spagna a vincere i Mondiali. “Non provateci a casa”, scrive Natalia Arroyo.

“La seconda stella farà sì che il mondo studi di nuovo il calcio spagnolo, nella speranza che tra quattro anni siano loro, e non la Roja, a essere incoronati. A fare ciò che vogliono, senza subire ciò che viene fatto loro. Si cercherà di copiare i metodi di allenamento, il lavoro nei club e il sistema di reclutamento, ma il metodo Las Rozas – così come l’approccio alla Masia – non si può copiare né esportare. Bisogna assimilarlo, bisogna viverlo. Passo dopo passo. Senza fretta e, soprattutto, senza scorciatoie”.

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La lezione che nessuno impara mai

E’ una lezione che anche da queste parti andava intuita e compresa già parecchi anni fa, ma “in questi tempi di video brevi e di una società frammentata, in cui si corre per raggiungere il successo e si elogia solo il vincitore, qualsiasi imitazione maldestra, nella migliore delle ipotesi, produrrà un paio di anni di successi e forse uno o due titoli. Ma è difficile instaurare un’era come quella che il calcio spagnolo sta vivendo nel nuovo secolo se chi si avvicina al successo lo fa in modo superficiale e con una visione a breve termine. Andare alla leggera non serve a nulla se si vuole imparare. Si finisce solo per deridere il tiki-taka. Immagino che, dopo qualche titolo, avremo capito che il possesso palla è molto più che il semplice averlo. La nazionale domina in Europa e nel mondo, e nel calcio di club, in ogni finale si parla spagnolo dalle panchine. Sia nel calcio maschile che in quello femminile. Ogni allenatore ha avuto il suo approccio, ma tutti hanno condiviso un denominatore comune: la capacità di controllare il gioco”. Che non è appunto il semplice controllare il pallone.

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“Il monopolio soffoca chi lo subisce, e solo quando si supera la rabbia di fronte a un avversario così superiore arrivano l’ammirazione e il rispetto”, continua El Paìs.

Il controllo del gioco non è il possesso palla e basta

“E in effetti, la capacità della squadra di De la Fuente di annullare gli avversari, minimizzarli e renderli inoffensivi, è stata straordinaria. Mbappé non ha corso, Messi non ha trovato spazio né si è lanciato dalla fascia, e nessuna struttura difensiva era troppo ampia o troppo alta per fermarli. Quel gioco di passaggi laterali – che ha risuonato al ritmo di Rosalía in ogni stadio – non è sterile, anche se alcuni lo trovano ancora noioso, e quei piedi che si abbassano per collegare i passaggi e innescare il contropiede non significano abbandonare l’attacco; significano preparare l’azione per accelerarla al momento giusto. Né troppo presto, né troppo tardi. Al momento giusto, e con la giusta tecnica”.

Ma soprattutto non è un caso. “E’ ciò che ci viene insegnato su ogni campo condiviso fino a tarda notte e in ogni aula piena di aspiranti calciatori. Padroneggiare lo spazio, il tempo e il pallone. Fermarsi. Passare. Dribblare. Avere occhi per tutto. Anticipare la mossa successiva. Per altri due, quattro, dieci anni, il calcio cercherà di replicare tutto questo, senza rendersi conto che il progetto spagnolo ha iniziato a funzionare solo quando ha smesso di ossessionarsi per il proprio successo. Il paradigma spagnolo. Non provateci a casa”.