“La palla non si sporca”: El Pais racconta la finale mondiale all’ombra di Infantino e Trump
Un grande scrittore latinoamericano firma un editoriale durissimo. Parte da una frase leggendaria di Maradona per dire che qualcosa, in questo Mondiale, si è rotto. E che a macchiarlo sono stati due nomi precisi — ma che il pallone, alla fine, resta pulito

Db New Jersey (Stati Uniti) 13/07/2025 - finale FIFA Club World Cup 2025 / Chelsea-Paris Saint Germain / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Gianni Infantino-Donald Trump
C’è chi la finale mondiale la racconta con le formazioni, e chi con la letteratura. Sul quotidiano spagnolo El País, lo scrittore colombiano Juan Gabriel Vásquez ha scelto la seconda strada, con una colonna intitolata “La pelota no se mancha”. Un titolo che è una citazione, e insieme una tesi.
Si riparte da Maradona
Il punto di partenza è il ritiro di Diego Armando Maradona, il 10 novembre 2001 alla Bombonera. Sette anni dopo l’espulsione dal suo ultimo Mondiale per doping, il Pibe ammise i propri errori e pronunciò la frase diventata simbolo: “Io mi sono sbagliato e ho pagato. Ma la palla non si sporca”. Da lì Vásquez costruisce il suo ragionamento: gli errori dei singoli non ricadono sul gioco, ma questa volta — sostiene — a sporcare il torneo è stato qualcosa di più grande.

L’atto d’accusa a Infantino e Trump
Nella lettura dello scrittore, la dirigenza FIFA di Gianni Infantino avrebbe trasformato il calcio in “merce” buona a “lavare la faccia” ai potenti, in un Mondiale organizzato da tre Paesi ma “ruotato attorno a uno solo“, Donald Trump. Il bersaglio più citato è il premio inventato dalla federazione: quel “Premio FIFA per la Pace” cucito addosso al presidente americano, che per Vásquez è un controsenso grottesco. È bene ricordare che si tratta di opinioni dell’autore, dai toni volutamente polemici, che qui riportiamo come tali.
Il caso Balogun, cuore del racconto
La parte più calcistica ruota attorno all’affaire Balogun. Dopo il cartellino rosso rimediato dall’attaccante degli Stati Uniti, Trump — fino a quel momento defilato — sarebbe intervenuto “alla Corleone”, telefonando al presidente FIFA per chiedere la revoca della squalifica. Infantino, scrive Vásquez, “obbedì”. Il presidente USA si vantò poi della chiamata davanti alle telecamere, liquidando il fallo e definendo l’arbitro “un po’ sospetto”. La squalifica fu tolta, ma — annota l’autore con evidente ironia — il calcio “ha i suoi anticorpi”: gli Stati Uniti giocarono “senza anima” contro il Belgio e uscirono dal Mondiale.
“Loro passeranno, il calcio resta”
La chiusura è la parte più lirica. Stasera, scrive Vásquez, un capitano alzerà la coppa alla presenza di due personaggi che lui giudica “indecenti”, il cui comportamento avrebbe lasciato “una macchia indelebile” nella storia dei Mondiali. Eppure — torna Maradona — “la palla non si sporca“. L’autore confessa di comprendere i tanti giocatori che eviterebbero volentieri quella stretta di mano, ma conclude con una nota di speranza: “Anche loro passeranno, e il calcio resta“. Una riflessione che si inserisce nel dibattito di questi “Mondiali di Trump e Infantino”, e nel racconto di un torneo in cui la FIFA ha spesso posato accanto al potere.