In Finlandia mettono piscine olimpioniche perfino nei bunker antiatomici
Il reportage del Times mostra la città sotterranea di Helsinki. Dovrebbe far riflettere. Là gli impianti sportivi spuntano ovunque, in Italia realizzarne uno è un'odissea di anni, ricorsi e cantieri infiniti, come insegnano Milano-Cortina, le Universiadi e la telenovela degli stadi.

C’è una notizia che, sfrondata dal contesto bellico, dovrebbe interessarci per un motivo molto concreto. In un reportage sui rifugi sotterranei della Finlandia, il Times racconta che sotto Helsinki, dentro i bunker antiatomici, i finlandesi hanno ricavato piscine olimpioniche con scivoli, saune, piste di go-kart, skate park e campi da floorball e futsal. È il principio del “doppio uso”: in tempo di pace sono normalissimi impianti sportivi, in caso di emergenza diventano rifugi. La domanda, per noi, sorge spontanea: come fanno a costruire strutture del genere perfino nella roccia, mentre in Italia per tirare su un impianto servono anni?
Impianti sportivi in Italia: l’odissea è la regola
Perché da noi la parola d’ordine è una sola: attesa. Discussioni infinite, conferenze di servizi, ricorsi, sovrintendenze, varianti, costi che lievitano. Il caso più fresco è quello olimpico: Milano-Cortina 2026 è stata un bagno di soldi, con la pista di bob di Cortina costata attorno ai 120 milioni, realizzata in corsa contro il tempo e finita presto sotto la lente della Corte dei Conti per i danni; a ridosso dei Giochi, meno della metà delle opere risultava conclusa. Non un episodio isolato, ma il sintomo di un sistema in cui l’impiantistica sportiva è quasi sempre un percorso a ostacoli.
Da Napoli agli stadi: promesse e cantieri infiniti
Napoli lo sa bene. Le Universiadi del 2019 riuscirono a rimettere a nuovo diversi impianti, ma come sempre all’ultimo minuto e tra mille affanni — il San Paolo, per dire, era arrivato a rischiare un’amichevole persino per la mancanza di acqua calda. Da allora la storia si ripete: annunci di lavori, stanziamenti e cantieri sullo stadio Maradona che procedono a singhiozzo. E quando si parla di un impianto nuovo, si finisce nella palude del “chi paga”: De Laurentiis che allo stadio non sembra davvero interessato, il dibattito su fondi pubblici o privati, le polemiche sul modello di finanziamento. Risultato: si discute per anni, e intanto non si costruisce.
La vera lezione non è il bunker, è il metodo
Attenzione: qui non si tratta di invidiare i rifugi antiatomici, né di importare paure che non ci appartengono. La lezione è un’altra, ed è tutta pratica. In Finlandia una struttura sportiva si progetta, si finanzia e si realizza come un fatto ordinario, integrato nella vita quotidiana; da noi ogni piscina, ogni palazzetto, ogni stadio diventa un’impresa titanica, un intreccio di burocrazia e rimpalli di responsabilità che dilata i tempi e moltiplica i costi. Non serve scavare nella roccia per fare meglio: basterebbe un po’ di quella normalità organizzativa. Il paradosso è che gli altri riescono a mettere una vasca olimpionica sottoterra, e noi non riusciamo a consegnare in tempo un impianto costruito alla luce del sole.