Dibiasi, leggenda dei tuffi: “Mi rivedo in Sinner, capisco la responsabilità del dover vincere. E ha accettato il caso Clostebol da innocente”

Cinquant'anni dopo il terzo oro olimpico, l'Angelo Biondo si racconta: "Il presidente Federale mi promise una Lancia per l'oro, mai arrivata. Me ne comprai tre".

Dibiasi, leggenda dei tuffi: “Mi rivedo in Sinner, capisco la responsabilità del dover vincere. E ha accettato il caso Clostebol da innocente”

Italian diver Klaus Dibiasi in action during the 5m springboard event at the Montreal Olympic Games on July 28, 1976. Dibiasi won the gold medal, securing his third Olympic title after Mexico City and Munich. (Photo by AFP)

C’è un filo che unisce due campioni nati sotto le stesse montagne. In un’intervista a Stefano Iacobelli per Il GiornaleKlaus Dibiasi — che festeggia i 50 anni dal terzo oro olimpico consecutivo dalla piattaforma (Montréal 1976), primato mai eguagliato — parla a lungo di Jannik Sinner. E lo fa con parole d’ammirazione e di sorprendente identificazione.

“Capisco Sinner”: il peso del dover vincere

Il primo aggancio è la pressione, quella che Dibiasi conosce da sempre. “Dopo il primo oro a Messico ’68 tutti mi chiedevano solo vittorie — racconta — dovevo sempre ripetermi, ero la medaglia sicura. Avevo tutte le attenzioni addosso, quante pressioni. Capisco Sinner, gestire la responsabilità del dover vincere”. È lo stesso fardello che il tennista porta con sé ogni volta che scende in campo.

Sinner Nobel tennis

“Mi rivedo in lui”: carattere, forza e il caso Clostebol

Poi l’identificazione piena. “L’ammiro, è un grande molto simile a me: mi rivedo molto in lui come carattere — dice — tranquillo, posato, amico di tutti. È il più forte. In 4 ore di gioco sa sempre aggiustarsi, pian piano costruisce la vittoria perché sa il fatto suo”, esattamente il talento che il suo coach Vagnozzi ha coltivato negli anni. Dibiasi aggiunge un tocco identitario: la cordialità come “prerogativa degli altoatesini”. E si sofferma sul capitolo più delicato: “Ammiro anche il modo in cui ha accettato il verdetto sul caso Clostebol, sapendo di essere innocente” — la stessa vicenda in cui Jannik confessò di aver pensato di lasciare il tennis e in cui Nadal lo difese a spada tratta.

L’altoatesino portabandiera e le “minoranze etniche”

Come Gustavo Thoeni e come Sinner, anche l’Angelo Biondo era altoatesino, e a quell’Olimpiade fu portabandiera dell’Italia. Un ruolo che rivendica con orgoglio: Fu un onore incredibile portare la bandiera, orgogliosissimo: altro che altoatesino. È ridicolo pensare oggi alle minoranze etniche in un’Italia che ha tante realtà”. Un tuffatore che, per dirla con Giorgio Cagnotto, cambiò lo sport “come i Beatles hanno cambiato la musica”.

Le Lancia e l’archivio da 30.000 foto

Nel racconto c’è spazio anche per il colore. Le auto: “Il presidente federale di allora, Parodi, mi aveva detto “se vinci ti regaliamo una Fulvia cupè”. Mai arrivata. Ma la comprai io stesso, grazie a Cagnotti che lavorava alla Lancia; ne cambiai tre, una Lancia bianca, una blu e una rosa con i fari gialli. Era talmente potente che girando per Roma si ingolfava per il traffico, dovevo correggere le candele”. E soprattutto un lavoro da pioniere: un archivio di 30.000 foto“Costruivamo gli esercizi saldando le pellicole: attraverso l’immagine motoria del tuffo potevamo avere un apprendimento più veloce del gesto. Costruii così il mio ultimo tuffo. Oggi con l’iPad e i cellulari non è più un problema”. Un metodo d’avanguardia, mezzo secolo fa. La stessa ricerca dei dettagli che oggi, in un altro sport, porta Sinner a limare ogni gesto.