Vuoi vedere che alla fine i Mondiali tireranno di fuori la parte ancora buona degli Stati Uniti?

L'analisi socio-antropologica del Guardian che si rimangia tutte le critiche (comprensibili) della premessa di questi Mondiali: gli Usa non sono Trump, e non possiamo odiarli

Vuoi vedere che alla fine i Mondiali tireranno di fuori la parte ancora buona degli Stati Uniti?

Db New York (Stati Uniti) 13/07/2025 - FIFA Club World Cup 2025 / Chelsea-Paris Saint-Germain / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Donald Trump-Gianni Infantino

E se invece. E se davvero una volta tanto il calcio funzionasse come meccanismo virtuoso, innescasse tutte quelle belle cose che la retorica che lo accompagna ci dice da anni – l’unità, la fratellanza, la pace nel mondo eccetera – e che ribaltasse lo spettro (parecchio tangibile) degli Stati Uniti oscuri, quelli di Trump in tempo di guerra? Il Guardian, dopo mesi in cui tutta la stampa del mondo critica con parecchie ragioni questi Mondiali respingenti a livello politico, prova a ribaltare l’analisi: e se i Mondiali riportassero gli Stati Uniti a misura d’uomo? Anche solo come parentesi salvifica.

La teoria degli Usa a portata di mano

E così, Barney Ronay da New York ci spiega la sua teoria della mano: “Molte delle grandi creazioni americane, che si auto-mitizzano, sono a misura di mano. L’hamburger. La Colt .45. Il guantone da baseball. L’industria dell’onanismo della Big Porn. Il biscotto con gocce di cioccolato, prodotto affinché i lavoratori potessero portarlo nei campi e nelle fabbriche. Tutte queste creazioni sono progettate per adattarsi alla mano, in un modo che sia scalabile e democratizzante, con il suggerimento che questa terra vasta e brutale possa essere ridotta a misura d’uomo, che si possa tenere un pezzo nel palmo della mano. Tutte le Coca-Cola sono uguali e tutte le Coca-Cola sono buone. Il sogno del colono non è esclusivo. Tutto ciò che serve è un paio di mani”.

“Naturalmente, questo non è vero – ammette lo stesso editorialista – Anche gli Stati Uniti sono un paese violentemente stratificato, costruito sulla schiavitù, con un potere centralizzato, lati oscuri e una storia recente di sanguinoso colonialismo economico. A differenza, ad esempio, di un paese che si limita alle ciambelle. Ma questo è il bello dei sogni: sono ingannevoli e confusi, ma potrebbero contenere un briciolo di verità”.

Il momento è quello che è: “gli Stati Uniti hanno iniziato a perdere il controllo di sé stessi e a sprofondare nel declino culturale è quando hanno perso il contatto con la dimensione delle cose a misura d’uomo. Improvvisamente gli Stati Uniti assalgono i propri cittadini con cibo così grande da non poterlo nemmeno tenere in mano: l’enorme e gigantesco hamburger che ti esplode in faccia, il pacchetto di patatine grande come un sacco della spazzatura, il contenitore da tre galloni di Sprite alla vaniglia. Stanno inventando modi per alienare ulteriormente non solo se stessi, ma il mondo intero, cedendo il potere a una strana cricca di divinità della tecnologia e trasformando la nostra esistenza condivisa in uno spazio digitale senza arti”.

Un M&M gigante ci ucciderà

Secondo Ronay “la fine degli Stati Uniti non risiederà in una rivoluzione politica o nei carri armati sulla collina. Morirà soffocando con un M&M grande come un pallone da basket al volante della tua auto a guida autonoma, mentre sul prato della Casa Bianca un presidente basato sull’intelligenza artificiale nel cloud palleggia con un pallone virtuale senza braccia insieme al suo figlio robotico. E prima di alzare una mano per inveire contro questa selvaggia propaganda euro-americana, forse faresti meglio a guardare in basso. Non hai le mani”.

E vabbé, ma che c’entra tutto questo con i Mondiali? Scrive Ronay che “come per l’ultimo in Qatar, sarà un successo a prescindere da tutto. I suoi obiettivi sono: generare 14 miliardi di dollari (10,6 miliardi di sterline) attraverso la commercializzazione di 300 ore di contenuti televisivi; distogliere l’attenzione dalla saturazione preesistente dell’Europa e raggiungere il più grande mercato del tempo libero al mondo; e consolidare l’inattaccabile tesoretto di Gianni Infantino prima della sua acclamazione per un terzo mandato . Pertanto, questa Coppa del Mondo è sempre stata incentrata sugli Stati Uniti e sulla questione più ampia di cosa si dovrebbe pensare di questo Paese e di cosa sia realmente: ancora la forza culturale ed economica più potente al mondo, ma ora ostile e ripiegata su se stessa, e intenta a plasmare a proprio piacimento lo spettacolo sportivo più amato al mondo”.

E, conclude, “forse i Mondiali tireranno fuori il meglio dagli Stati Uniti, non il peggio. Nessuno crede davvero alle solite banalità del mondo dello sport professionistico su connessione, unità e gesti di solidarietà attraverso la rete da pallavolo. Ma forse questa Coppa del Mondo sarà diversa. Non solo perché questo è uno sport che incarna letteralmente i concetti di connessione e unità. Ma anche per la natura specifica dell’isolamento degli Stati Uniti dal resto del mondo”.

E’ un’analisi un po’ tortuosa ma interessante: ci sono un sacco di ragione per disprezzare gli Stati Uniti, in questo periodo storico, “ma l’odio verso gli Stati Uniti come entità unica è anche un’idea sconcertante, sebbene si adatti a una certa visione monoteistica del mondo, dove possono esistere solo diavoli e angeli. Implica la demonizzazione, come un’unica entità fallita, di una nazione enormemente diversificata e variegata, con elementi di ogni tipo di persona e di ogni tipo di cultura, il grande esperimento umano, con tutte le sue libertà e i suoi difetti; e farlo basandosi sulle azioni e le dichiarazioni di pochi repubblicani sostenitori del MAGA al governo” è sbagliato.

“Se l’America è diventata quest’unica entità nella mente di così tante persone, è forse perché questo è il modo in cui viviamo le cose oggi. Tutto è appiattito, scorciato, trasformato in suono e rumore. Non bisogna mai sottovalutare l’effetto della mente collettiva, quello spazio virtuale costante che ci portiamo sempre dietro. Questa Coppa del Mondo è il primo evento globale a svolgersi così profondamente all’interno di quello spazio online, vissuto nei minimi dettagli attraverso uno schermo, come un insieme di immagini e idee urlate. Gli Stati Uniti possono sembrare un’espressione di violenza nella loro stessa esistenza quotidiana, un’infinita amplificazione del talento umano, dell’avidità, del desiderio, della crudeltà, dove nessuno è mai veramente al comando, sono solo lì a cavalcare come un cavallo imbizzarrito. Ma gli Stati Uniti non sono Trump. Settantasette milioni di persone hanno votato per lui, 272 milioni no. Una nazione di 350 milioni di persone con più di 100 gruppi culturali di immigrati significativi non può essere un’entità monolitica”.

L’America è un riassunto del mondo, come puoi odiarlo?

“Gli Stati Uniti sono il mondo racchiuso in un granello di sabbia enorme e variegato, infinitamente ricco di bellezza, energia, difetti e vizi. Odiare tutto questo è un’idea assurda. Se non ti piace l’America, cosa ti piace? Questa è la natura umana. E come tutti gli altri, anche gli americani sono oppressi, proprio qui nella loro nazione, da una classe di padroni della tecnologia non eletti e da un regime rabbioso e divisivo. Questo è un luogo che avvelena la propria gente da cento anni, se non con la violenza e la divisione, almeno con cibo, droghe e un degrado mentale”.

E su tutto questo è calato il calcio. E con lui, ad esempio, le persone hanno cominciato ad incontrarsi: questo è praticamente un atto di dissenso rivoluzionario. L’accoglienza riservata dalla gente comune a questi Mondiali è stata calorosa, a giudicare dalle testimonianze, e dalle prime osservazioni è anche sorprendente la frequenza con cui le persone qui desiderano parlare di come il loro Paese viene percepito dal resto del mondo, per scusarsi e dare spiegazioni, per scagliarsi contro l’isolazionismo di Trump”.

“Tante squadre incarnano l’esatto opposto della separazione e della divisione. Le squadre della diaspora di Curaçao e Capo Verde, ad esempio, raccontano letteralmente cosa sono questi paesi, come sono diventati ciò che sono, come hanno interagito con il mondo e che ora condividono momenti di gioia e sofferenza teatrali, incontrandosi e coesistendo”.

“Questo è il meglio dello sport, che costringe le persone a confrontarsi nel mondo reale, per far loro comprendere che non sono semplici figure astratte o entità ostili. Il calcio non unirà il mondo, ma potrebbe essere un piccolo specchio utile. Questo programma televisivo offre ancora un modello del meglio, non del peggio, di ciò che gli Stati Uniti dovrebbero essere: un luogo a misura d’uomo, un’idea che sta nel palmo di una mano. E ci ricorda che provare odio per questo Paese, come per qualsiasi altro luogo, significa cadere nella trappola di coloro che sembrano ben felici di strumentalizzarlo”.