Che sarebbero i Mondiali senza le mille storie degli ultimi?
El Paìs si diverte a ricordare tutte le piccole Nazionali che tra figuracce e storie epiche hanno scritto la grande narrazione dei Mondiali

Bosnia-Herzegovina's forward Edin Dzeko (L) Bosnia-Herzegovina's goalkeeper Nikola Vasilj react after the FIFA World Cup qualification semi-final football match between Wales and Bosnia and Herzegovina, at Cardiff City Stadium, in Cardiff, on March 26, 2026. Darren Staples / AFP
Il fronte del “che ci vengono a fare” sta prendendo una certa rilevanza, persino Ceferin ha criticato i il Mondiale allargato perché alcune partite sono pressoché inutili. Ma vuoi mettere il fascino degli “ultimi“? “Come si può non sognare l’Uzbekistan, Capo Verde o il Congo in questo Mondiale? – scrive sul Paìs Paco Cerdà – Come si può non entusiasmarsi per la Bosnia ed Erzegovina, Curaçao o Haiti? Devono solo superare in qualche modo la fase a gironi e poi, con quattro vittorie ai rigori o per pura fortuna, raggiungere la finale del Mondiale e vedere lì, sul campo di New York, Haiti e tutta la sua povertà. Curaçao e i suoi 150.000 isolani. La Bosnia ed Erzegovina con la sua storia travagliata. L’Uzbekistan e i Lupi Bianchi. I congolesi, perseguitati dalle loro guerre. Capo Verde e il suo arcipelago spopolato”.
I Mondiali degli ultimi
Il Paìs si diverte a scrivere una classifica alternativa della storia del Mondiale, quella degli ultimi appunto. “Il Messico nel 1930, gli Stati Uniti nel 1934 e, nel 1938, le Antille Olandesi, i cui giocatori sopportarono un estenuante viaggio in mare di diverse settimane solo per perdere 6-0 contro l’Ungheria e tornare a casa novanta minuti dopo. La Bolivia arrivò ultima nel 1950 e la Corea del Sud, nel 1954, subì 17 gol in due partite e concluse la Coppa del Mondo senza segnare. Seguirono altre squadre in fondo alla classifica: il Messico (1958), la Svizzera (1962 e 1966) ed El Salvador (1970), reduce da quella brutale Guerra del Calcio contro l’Honduras, così vividamente raccontata da Kapuscinski”.
“Da lì in poi, le storie si fanno più complesse. Prendiamo ad esempio lo Zaire nel 1974: dopo essere stati umiliati sul campo dal Brasile di Jairzinho e Rivelino, al loro ritorno in patria furono respinti dalla dittatura di Mobutu, che vietò a chiunque di accogliere i perdenti del Mondiale all’aeroporto. Il Messico indossò nuovamente la maglia nera nel ’78. E nell’82, a Elche, El Salvador visse un momento iper-letterario: il paese era dilaniato dalla guerra civile, i salvadoregni erano pieni di speranza per i Mondiali e il loro debutto si concluse con una sconfitta per 10-1 contro l’Ungheria. Fu la disfatta più pesante nella storia dei Mondiali, ma quel singolo gol di Luis Ramírez Pelé Zapata – il primo gol salvadoregno in un Mondiale – fu il soggetto del documentario “Uno, la historia de un gol” (Uno, la storia di un gol)”.

La nazione fantasma
L’elenco prosegue con il Canada (1986), gli Emirati Arabi Uniti (1990), la Grecia (1994), gli Stati Uniti (1998), l’Arabia Saudita (2002) e ritorna al percorso poetico nel 2006 con la Serbia e Montenegro: il paese, creato nel 2003, era stato sciolto quattro giorni prima dell’inizio dei Mondiali. Poiché lo stato non esisteva più, i suoi giocatori difendevano il ricordo di un inno e di una bandiera ormai scomparsi. Giocavano per una nazione fantasma“.
“Nei Mondiali successivi, la storia fu ancora più kafkiana. La Corea del Nord si era qualificata per Sudafrica 2010. Il ricordo dell’impresa del 1966, quando sconfisse l’Italia e pareggiò con il Cile prima di essere eliminata di misura ai quarti di finale, era ancora vivo nella coscienza nordcoreana. Nel 2010, la loro qualificazione alimentò le illusioni di Kim Jong-il. La dittatura avrebbe trasmesso in diretta la prima partita dei Mondiali: Corea del Nord contro Portogallo. Tuttavia, a quindici minuti dall’inizio del secondo tempo, con i coreani sotto di 4-0, il regime ne ebbe abbastanza e interruppe la trasmissione. Nessuno in Corea del Nord vide la propria squadra perdere 7-0. Nessuno lo venne a sapere in seguito. Gli esempi più recenti sono stati il Camerun (2014), Panama (2018) e il Qatar (2022)”.
Che sarebbero i Mondiali senza queste storie accessorie.