Van Dijk accende la polemica sui cooling break ai Mondiali: “Non mi piace quando si va in pubblicità”

Il capitano dell'Olanda dice chiaramente cosa pensa delle pause obbligatorie: "Per chi guarda in tv non è granché. Bisogna valutare partita per partita". E riapre il dibattito sul vero scopo di quegli stop.

Van Dijk accende la polemica sui cooling break ai Mondiali: “Non mi piace quando si va in pubblicità”

Virgil van Dijk of the Netherlands is playing in the first half of the 2026 FIFA World Cup Group F match between the Japan and Netherlands at Dallas Stadium in Dallas, Texas, United States of America on June 14, 2026.( The Yomiuri Shimbun ) (Photo by Takuya Yoshino / Yomiuri / The Yomiuri Shimbun via AFP)

Virgil van Dijk non usa giri di parole. Dopo il 2-2 dell’Olanda contro il Giappone, il difensore del Liverpool si è schierato apertamente contro i cooling break, le due pause obbligatorie che la FIFA ha imposto in tutte le partite dei Mondiali 2026 — una per tempo, a metà di ciascuna frazione — a prescindere da temperatura, umidità o dal fatto che lo stadio sia climatizzato. Una misura presentata come tutela della salute dei calciatori, ma che per molti ha trasformato di fatto il calcio in una partita divisa in quattro tempi, come un incontro di NFL o di basket, con un effetto collaterale evidente: più spazi pubblicitari da vendere, più incassi per le emittenti.

Cosa ha detto Van Dijk

Le parole del capitano olandese sono nette: “Credo che le pause di idratazione siano molto importanti”, ha premesso, come riportato in Inghilterra. “Ho guardato quasi tutte le partite fino ad oggi. Ogni volta che si va in pubblicità non mi piace molto. Per chi guarda in tv non è granché. Se fa davvero caldo, ovviamente è una cosa buona da fare, ma penso che si debba valutare partita per partita”. Poi la chiusura secca: “Ho già detto abbastanza…”.

La polemica sul reale scopo delle pause

La sintesi del pensiero di Van Dijk è chiara: le pause sono uno strumento prezioso a patto che siano fatte quando servono davvero a contrastare caldo e disidratazione sotto sforzo. Ciò che critica è la rigidità del protocollo — l’obbligatorietà del break in ogni gara — e la sua deriva commerciale. Non l’idea in sé dello stop per rifocillarsi, che nel calcio internazionale esisteva già, ma scattava solo quando la temperatura superava i 32 gradi. Il punto è il modo in cui oggi viene applicato: se prima, durante quei minuti, si potevano persino ascoltare i dialoghi tra allenatore e giocatori — un valore aggiunto per lo spettacolo televisivo — adesso la priorità sembra rendere più redditizia la trasmissione, dentro una più ampia americanizzazione del calcio europeo trainata dai soldi d’oltreoceano.

Gli esempi: da Stati Uniti-Paraguay a Germania-Curaçao

Non mancano i casi concreti a sostegno della tesi. In Stati Uniti-Paraguay, pur avendo le squadre impiegato meno tempo del previsto per la pausa, l’arbitro ha dovuto attendere la fine del carosello pubblicitario prima di concedere la ripresa. E poi Germania-Curaçao, disputata in un impianto chiuso e già rinfrescato dall’aria condizionata, dove il cooling break ha perso ogni giustificazione climatica. Senza dimenticare la gara inaugurale Messico-Sudafrica, in cui gli spettatori da casa si sono persi un’azione dal vivo perché lo spot non era ancora finito. Episodi che, sommati, danno forza alla domanda sollevata da Van Dijk: queste pause servono ai calciatori o alle emittenti?